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Ron Gilad e l’evoluzione della specie

Il direttore creativo di Danese Milano, tra ricerca personale, rispetto di un DNA unico e nuovi compagni di viaggio

Marco Menghi

Dopo due Milano Design Week da direttore artistico di Danese Milano, Ron Gilad ha fatto il punto sul suo percorso nell’iconica azienda milanese, mettendo in scena l’evoluzione dei prodotti all’interno di una mostra “molto darwiniana”, pensata appositamente per il Fuorisalone 2018 tra i locali di Villa Danese.

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“Tutti i visitatori dell’anno scorso, osservando l’esposizione, potrebbero aver provato un senso di déjà-vu”, ha rivelato il designer israeliano, “ma l’evoluzione è una questione di dettagli e ogni oggetto in mostra racconta un percorso. L’allestimento è identico, ma è la nuova tappa di un viaggio, narrato anche dalle pareti sulle quali i designi dei prototipi 2017 hanno sostituito quelli degli storici prodotti Danese”.

Come dimostrato dalla scienza, nell’evoluzione della specie i geni giocano un ruolo fondamentale e quello di Danese Milano è un DNA assolutamente unico, da sempre un punto di riferimento per tutto il mondo del design, grazie ad “antenati” come le spregiudicate creazioni di Bruno Munari, Enzo Mari, Angelo Mangiarotti, Achille Castiglioni e molti altri”.

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“In questa mostra si incontrano molte strade”, ha proseguito il direttore artistico di Danese, “differenti idee di oggetto funzionale. Ci sono le certezze di un’inimitabile identità costruita nel tempo, nuove mire nel mondo del contract, la mia personale ricerca iniziata un anno fa e nuovi semi piantati nel giardino di Danese: quelli della fantasia di Richard Hutten e Michele De Lucchi”.

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La ricerca personale di Ron Gilad, raccontata nell’esposizione, è un vero e proprio cammino costruito sulla trasformazione dell’oggetto e delle linee dei prodotti dello scorso anno, un racconto di continuità. Dal Fruit Bowl no 5.5, ad esempio, sono nati due nuovi portafrutta carichi di personalità, il Fruit Bowl no 12, che può essere utilizzato su ogni lato, e il capiente Fruit Bowl no 11.

“Quanto di più simile a una ciotola sono riuscito a immaginare”, sorride Ron Gilad, “un oggetto che risponde ad alcune critiche sul Fruit Bowl dello scorso anno, arrivate dagli amanti di uva e ciliegie”.

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A Villa Danese per il Fuorisalone di Milano, lo slancio progettuale evolutivo si è vestito anche di un pizzico di magia come nel caso del contenitore Border no 2 o delle cornici A4 frame / A3 Frame, diventati dei semplici confini che delimitano con inattesa funzionalità uno spazio, oppure il centrotavola Gondola, nato dal negativo di un’idea 2017, il Vase 96, che riprende l’esatta forma del Pedestal Vase ma ha imparato a ripararsi dalla polvere ribaltandosi, e il Drawing no 14, una puntualissima e mutevole opera d’arte composta dal movimento di 12 orologi.

Marco Menghi

Ma in questa lotta per la sopravvivenza della creatività sono apparsi anche altre nuove forme di funzionalità: Trespolone, Trespolino, Trespoletto di Michele De Lucchi e la serie Familia di Richard Hutten.

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“In perfetto mood nomen omen, una Familia di elementi d’arredo”, ha scherzato Hutten, “come in ogni famiglia ogni componente ha una propria identità, ma gli elementi in fondo si assomigliano tutti. L’idea è partita dal disegno di un corpo centrale, che poi si è evoluto nel tratto distintivo di un sistema modulare composto da diversi tavolini, appendiabiti, svuotatasche, portaombrelli e perfino da un sistema di transenne”.

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“Quando ho iniziato a collaborare con Danese quello che cercavo era un ritorno al passato”, ha confessato invece Michele De Lucchi, “a quello che questo marchio ha sempre evocato nel mondo del design. Un ritorno alla leggerezza con la quale progettavano Bruno Munari ed Enzo Mari, a quando un’intuizione poteva trasformare una calza da donna in una scenografica lampada. Così nella ricerca di spensieratezza ho disegnato una via di mezzo tra il cavalletto di un pittore e quello di un fotografo. Un oggetto che quando serve può essere tavolo, appendiabiti, portaombrelli e quando non è più utile può sparire completamente”.

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