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QUESTO NON È UN PROGETTO DI OROLOGI, MA DI FILIGRANE

Diego Grandi racconta la capsule collection di orologi disegnata per D1 Milano, che parte dalla superficie per arrivare al micron

Stefano Pavesi

“Non ho mai progettato orologi, e questo non è un progetto di orologi, ma di quadranti, di superfici che scandiscono il tempo” esordisce Diego Grandi quando gli si chiede di raccontare il suo lavoro di personalizzazione degli orologi D1 Milano.

Per questo ha colto l’invito di irefuse Italia a immaginare quattro versioni del modello di orologio Polycarbon, che rispecchiassero i 4 cluster generazionali raccontati nella mostra Onlife. Millennials at home (16-29 aprile, Palazzo Bovara).

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“Non pensavo che i quadranti potessero rientrare nel mio lavoro, ma ho approfondito la ricerca e ho cominciato a immaginare cosa mi sarebbe piaciuto indossare – e creare – su un orologio di questo tipo.

Il Polycarbon di D1 Milano è un modello ben preciso, che guarda ad altri orologi di uno standing importante: la mia ricerca si è orientata subito verso i bracciali di lusso, sulle maglie, sui quadranti storici. Ho consultato i malati di ‘orologite’ e approfondito l’argomento.

Ho scoperto un mondo di materiali per i quadranti, fatto di pietre preziose come il lapislazzuli, di legno…”

Stefano Pavesi

Un’operazione interessante…

“Si, ma ho notato che all’interno del catalogo di D1 Milano c’era già una riproposizione di questi materiali, per esempio con un cinturino a stampa all over che emula il marmo. Per questo ho cambiato direzione e mi sono orientato sul modulo ripetuto, un aspetto che in qualche modo contraddistingue la matrice del mio lavoro: la chiave poteva essere la maglia”

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E allora, ecco il pattern di una maglia che sembra una spina di pesce, ispirato a un orologio da donna degli anni ’60, i punti e le linee del quadrante verde, rimando a vecchi quadranti di orologi militari.

Se il modulo e la ripetizione sono il fil rouge della tua capsule collection per D1 Milano, anche l’aspetto cromatico ha una sua importanza.

Il colore doveva aderire al tema dei Millennials e alle fasce dei cluster immaginati dalla mostra.

Ho pensato a colori più brillanti, come il giallo e il verde, per un pubblico giovane, abituato a un certo tipo di abbigliamento, e a toni più scuri, come il grigio e il marrone, per le fasce d’eta che vanno dai 30 ai 40 anni.

Non è un progetto di orologi, ma di superifici, ma possiamo comunque dire che questo sia l’oggetto più piccolo che tu abbia mai disegnato?

Sì, e a un certo punto mi sono dovuto imporre un limite. Se entri nel dettaglio dell’orologio, arrivi a alla scala dei micron, e diventa un lavoro sulla filigrana, sulla precisione assoluta.

È l’aspetto più interessante per me, appassionato di filigrane: se guardi da vicino una banconota, noterai sfumature di colore, maglie grafiche, micro pattern, salti di scala e interruzioni repentine, livelli sovrapposti, punti, righe, sconfinamenti dal reale al surreale.

È un mondo che mia affascina: ho trovato un libro di un fotografo dedicato ai close-up della cartamoneta che per me è stato una grande ispirazione, scritto un articolo su un magazine di moda in cui riflettevo su questo tema, sono andato a Roma alla Banca d’Italia...

Nella capsule collection per D1 Milano ho trovato un parallelismo con la mia passione per le filigrane ma anche un confronto diretto con un tema progettuale nuovo, che si avvicina molto al dettaglio del disegno della cartamoneta. E non finisce qui…

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