Design e post-modernismo: intervista ad Adam Nathaniel Furman

Gli interni dell'Atelier Vudafieri Saverino Partners ospitano la personale Historical Promiscuities

Il Salone di Furman
Paolo Pandullo

Historical Promiscuities: questo il titolo della mostra personale di Adam Nathaniel Furman curata da Luca Molinari che si tiene allo studio di Vudafieri Saverino Partners durante la Designweek di Milano. Gli interni dell'atelier di architettura in zona Porta Venezia sono popolati per questa occasione da due famiglie di oggetti in ceramica che dialogano con gli spazi di lavoro.

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Furman porta a questo appuntamento sia una collezione di micro architetture che avevano trovato casa nella prima esposizione per la riapertura del John Soane Museum di Londra, Roman Singularity, sia una produzione originale con Bitossi, storica azienda italiana nota per aver dato vita a molte delle creazioni di Ettore Sottsass.

Questa raccolta consiste in oggetti simbolici, più che vasi o specifici complementi. L'intero progetto gioca con forme riconoscibili travestite con pattern colorati, che si trasformano in oggetti altri: all'ingresso della mostra per esempio si trova il richiamo a un celebre razzo, in altre ceramiche possiamo riconoscere la shilouette della pentola tajin allungata, altre si basano sulla forma perfetta da abbracciare.

Il Salone di Furman
Paolo Pandullo

Abbiamo parlato con Adam Nathaniel Furman, uno dei più entusiasti e produttivi designer londinesi, di Historical Promiscuities e di molto altro:

Come è nata la collaborazione sia con Vudafieri Saverino sia con Bitossi? È stata una conseguenza della mostra alla Camp Design Gallery dello scorso anno in questo periodo?
È un aneddoto molto divertente: Luca Molinari ha iniziato a seguirmi su e, dato che si trovava a Londra, è venuto a visitare Roman Singularity. Tornato a Milano ha incontrato Claudio e Tiziano (Saverino e Vudafieri ndr.) dicendo loro di dover assolutamente fare qualcosa tutti quanti insieme. Loro sono stati entusiasti e così Luca mi ha scritto in privato proponendomi di produrre anche una nuova collezione. Nessuno di loro conosceva la mia esposizione precedente, Four characters in the first act, realizzata da Camp grazie a una collaborazione con Abet Laminati che, come Bitossi, è un'azienda storica. Ho sempre desiderato lavorare con questo tipo di realtà italiane che hanno supportato una grandissima generazione di progettisti in questo paese. Io sono un “londoner” ma mio padre viene dall'Argentina e mia mamma è per metà giapponese e per metà israeliana. Il mio background mi permette di saltare da una cultura all'altra molto facilmente.

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Questa eredità culturale influenza molto il tuo modo di progettare e di avvicinarti al design? Immagino che la propensione all'uso così libero dei colori arrivi quindi dal Sudamerica.
A dire il vero è un'influenza che arriva in toto dal Giappone. Quasi tutti hanno l'idea un po' ingenua che l'immaginario sia zen e minimalistico, invece è tutto il contrario, c'è troppo di tutto! Mia nonna per esempio, che è molto giapponese, si veste in maniera particolarmente sgargiante, sembra un dipinto. Quando ero più giovane poi ho trascorso molto tempo a Buenos Aires, a Tokyo e a Tel Aviv, dove è avvenuto un melting pot culturale incredibile ed estremo. Ebrei da tutto il mondo, da Tunisia, Algeria, Yemen, Iran, India, Germania, Stati Uniti, Russia, Polonia, Etiopia, portano con sé culture distinte, con cibi differenti, linguaggi differenti di ornamenti, decorazioni, architetture, canzoni diverse e lingue diverse. La cosa divertente è che invece, visto che mio padre non viene da Buenos Aires, ma dalla campagna argentina, il contesto è viceversa molto semplice. Nel suo mondo regna il colore bianco, il legno, la terracotta: l'enfasi è sulla semplicità e sulla natura. Da lui ho imparato ad apprezzare profondamente l'artigianato, una competenza molto vicina alla cultura italiana.

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Credi che tra alcuni decenni lo scenario Europeo sarà un po' più simile a quello che hai appena descritto? Oppure città come Tel Aviv rimangono delle esperienze isolate?
Io mi ritengo un cosmopolita. Sono estremamente appassionato di design ma soprattutto ho degli ideali politici molto forti. Sono un liberale convinto e ritengo che la storia appartenga a tutti noi: anche la storia del design non è divisa per paesi ma si muove attraverso questi continuamente. Oggigiorno abbiamo, da un lato chi ci dice “è appropriazione culturale, non puoi usarla” e dall'altro “è straniera, vogliamo solo cose che provengano da qui”. Io nel mezzo dico che invece dovremmo mescolare e condividere. Posso diventare molto passionale in questo senso perché c'è un contenuto politico in tutti i miei progetti.

Ho avuto la sensazione di quello che vuoi trasmettere in questo senso, dal video che accompagna Roman Singularity con episodi storici molto forti, intervallati da animazioni digitali. Unisce la mole e la monumentalità dell'architettura con la potenza e la negatività di alcuni eventi sociali.
Volevo creare un contrasto scioccante, anche se mi sono reso conto che solo per il pubblico italiano è così chiaro. Credo, come designer, di dover combattere attraverso la pratica del progetto, per far sì che il mondo diventi come io lo desidererei: libero, aperto, bello, amorevole, condiviso, sensuale, intellettuale ma anche godibile.

A proposito di storia, qual è la tua opinione sul senso del revival del post-modernismo?
Credo che questo termine in realtà non esista, è solo un nome che è stato affibbiato a un enorme gamma di cose diverse per circa trent'anni e questa etichetta non aiuta. Fornisce solo un pretesto per rigettare qualcosa che non piace. Architettura radicale, radical design, queer design, revival storico, intuitive design in America e la pop school a Santa Monica: c'erano così tante diverse realtà nello stesso periodo, per nulla relazionate l'una all'altra, e solo perchè il pubblico le detestava a un certo punto si è deciso che il nome dovesse essere “post-modernismo”, così da poterlo etichettare e denigrare. Questo accade in ogni generazione ed è successo anche con il brutalismo. È il nome ad essere problematico perché, anche all'interno di questa corrente, si potevano trovare molti approcci diversi, ma da quando ha avuto un nome, è stata categorizzata come da rifiutare. Tutto quello che faccio è solo provare a comunicare che c'è una marea di cose bellissime sulle quali dovremmo fare più ricerca e che probabilmente dovremmo proteggere, perchè altrimenti molte di queste cose verranno distrutte e demolite. Oggi tutti pensano che il post-modernismo sia spazzatura di cui sbarazzarsi ma abbiamo appena smesso di fare la stessa operazione con il brutalismo. Ci sono progetti fatti bene e fatti male, ma se non ne discutiamo, perderemo ogni testimonianza. Per queste mie convinzioni vengo attaccato continuamente, con l'arroganza che io non capisca il post-modernismo per una questione anagrafica. La conclusione di questo mio ragionamento è che un intero periodo della storia del design e dell'architettura molto prolifico è appena stato dimenticato, mentre dovremmo sforzarci di ricordarlo e includerlo come parte della nostra storia. Ovviamente adesso sono stato etichettato a mia volta come il designer del revival del post-modernismo.

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Paolo Pandullo

Hai anche scritto un libro a questo proposito: Revisiting Postmodernism.
Le persone che l'hanno letto hanno capito il mio punto di vista, mentre chi ha letto solo il titolo ha puntato il dito pensando che io volessi rivisitare il post-modernismo. “Revisiting” parla invece del modo in cui possiamo apprezzarlo, non di come riportarlo in vita. Ho scritto questo libro ma mi occupo anche di un'associazione per la celebrazione dell'architettura classica nel modernismo e sono molto attivo nel supportare l'architettura moderna. Ora, per esempio, sono coinvolto in una campagna per salvare alcuni edifici moderni molto importanti a New York. Amo l'architettura, di tutti i generi – se è di buona qualità.

Con sguardo esterno, hai la sensazione che anche in Italia avvenga questo fenomeno?
Sono situazioni diverse ma che hanno pur sempre una base terminologica. Ogni generazione e ogni paese affronta questo tipo di problemi, ma, a dire il vero, questo in particolare del revival del post-modenismo sta colpendo la mia carriera molto negativamente. Il mio metodo di lavoro è simile a quello di un'artista: scrivo, disegno, faccio tentativi con pattern diversi e amo dare forma alle cose. Ma mi piace anche la componente intellettuale di questo mestiere, quindi cerco di unire i due aspetti.

Anche in Italia abbiamo sempre la sensazione che i giovani debbano espatriare ma soprattutto che le istituzioni non siano abbastanza di supporto. Cosa ne pensi?
In Inghilterra non è tanto il supporto a mancare, e personalmente sono stato aiutato moltissimo dal Design Museum di Londra, che mi ha dato grandi opportunità, così come il John Soane Museum e la British Academy. Le istituzioni sono molto aperte mentalmente. Ho avuto esperienze grandiose con le istituzioni ma non vorrei continuare a seguire solo produzioni così artistiche, che amo; sono un designer e vorrei fare cose commerciali: il panorama della critica me lo sta rendendo molto difficile.

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Qual è la tua relazione con i curatori?
I curatori sono di grande supporto e apprezzano sinceramente il processo creativo. Con Luca Molinari l'intesa è stata immediata e divertente. Anche i curatori con cui ho lavorato a Londra hanno segnato delle esperienze molto positive nel mio percorso e lavorare con Bitossi in questo frangente è stato meraviglioso allo stesso modo.

Hai lavorato direttamente con l'azienda in fase di produzione?
Ho passato qualche settimana a creare un'interia serie di poster e con questi sono andato da Bitossi a Montelupo, dove ho trascorso tre giorni divertentissimi: grandi fogli, i miei pattern stampati, correre di qua e di là a prendere campioni. Il secondo giorno abbiamo poi fatto delle prove già con le ceramiche, grazie alle quali ho cambiato alcune delle forme finali. Poi sono tornato al computer, ho fatto dei nuovi disegni, li ho stampati e condivisi con tutti gli attori coinvolti, che hanno capito le idee. In Inghilterra ho realizzato alcune tazze per il John Soane Museum che commercialmente sono state un vero successo e ho lavorato con la Royal Stafford.

Non immagini quindi il tuo lavoro solo come relegato al collectible design, che ovviamente è grandioso, ma vorresti raggiungere le case di tutti?
Assolutamente sì!!!

Anche questa è una grande dichiarazione politica.

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