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Chi è davvero Vivienne Westwood, l'ultima punk vivente

Dalla ribellione dei 70 al romanticismo degli 80, ripercorriamo la vita tumultuosa e il lascito culturale della stilista più eccentrica dei nostri tempi, protagonista di un docu-film in uscita

vivienne-westwood-biografia

“L’invenzione non consiste nel creare dal nulla, ma dal caos”: in queste parole di Mary Shelley c'è tutta Vivienne Westwood, la sua ispirata e oltraggiosa follia, la stravaganza ribelle che l'ha resa un'icona. Non a caso è la stessa stilista inglese, regina del punk, a citarle nella sua autobiografia, uscita nel 2015 per Odoya. Una vita, la sua, che si intreccia al racconto vorticoso di un'epoca, tanto intensa da sembrare un film. E non a caso tra poco un documentario in concorso al Sundance Festival la celebrerà:  è un ritratto folgorante firmato Lorna Tucker, che oscilla tra il passato e il presente per esplorare a fondo il mondo di Vivienne Westwood, i suoi ricordi e sentimenti più privati, le sue camaleontiche trasformazioni, ma anche l'immaginario indelebile che ha contribuito a forgiare.

La sua storia inizia 76 anni fa a Tintwistle, un piccolo villaggio del Derbyshire, in Inghilterra. Fuori infuria la guerra, col suo strascico di povertà e fame. Trasferitasi a Londra nel 58 con la famiglia, Vivienne lavora come insegnante, ma la passione per la moda e l'urgenza di esprimersi hanno ben presto la meglio. Sulle bancarelle di Portobello Road iniziano a comparire gioielli disegnati da lei, il primo vestito importante invece è l'abito da sposa, che Vivienne si cuce da sola, come le ha insegnato sua madre, per andare all'altare con Derek Westwood, nel 62. Di lui le resta il cognome, un figlio e nulla più, perché l'uomo della sua vita è un altro, controverso e visionario quanto lei: Malcolm McLaren, colui che insieme a Vivienne inventerà il punk.

Nel 1971, la coppia apre un negozio, Let it Rock, al 430 di King's Road, Londra, che spazza via lo stile hippie allora dominante e intercetta il nuovo spirito, scandaloso e fremente, che serpeggia per le strade. È una “chiamata alle armi” per un’intera generazione, che negli abiti iconoclasti e provocatori di Vivienne scopre la propria divisa. “Nel dubbio, esagera”, è il suo motto. La moda diventa strumento di sovversione, un pugno nello stomaco ai benpensanti che restano spiazzati davanti ai vestiti squarciati e alle spille da balia esibite come simbolo nichilista. Alle casse lavorano commessi come Crissie Hynde, futura leader dei Pretenders, e Glen Matlock (primo bassista dei Sex Pistols), mentre a rovistare tra stampe trasgressive e tagli estremi si incontrano leggende come Debbie Harry, Siouxsie, Iggy Pop, Alice Cooper e Billy Idol. La boutique diventa l’epicentro della scena punk londinese, ritmandone le varie fasi con continui cambi di look che si riflettono in una girandola di nomi diversi: da Let it Rock (ispirato alla moda dei rocker anni ’50), si passa a Too Fast to Live Too Young To Die (dedicato a James Dean). È poi la volta di Sex (un'ode al mondo del bondage e del fetish), Seditionaries (manifesto del lato più anarchico del movimento), e infine, nel 1981, World’s End, sopravvissuto fino ai giorni nostri, caratterizzato dalla celebre insegna dell'orologio che gira al contrario.

Proprio gli anni 80 sono quelli della svolta: lo scopo di Vivienne non è più fare a pezzi il sistema, ma superarlo, a modo suo: “nel momento in cui mi sono accorta che l’establishment ha bisogno di opposizione ho iniziato ad ignorarlo, occupandomi di cose più importanti". La stilista avanguardista dalla chioma rossa inizia così a disegnare in modo più professionale, nutrendo la provocazione con la tecnica e la tradizione. La prima sfilata londinese si intitola Pirate e mette in scena banditi, dandy e bucanieri, uomini o donne non fa differenza: come già nel periodo punk, tutti i capi sono unisex. Successivamente vengono i nativi americani, i selvaggi, e poi le streghe, nell’83, ultimo atto del sodalizio con McLaren, che esce burrascosamente dalla sua vita, non prima di averle dato il consiglio decisivo: “sii romantica”. Vivienne non se lo fa ripetere due volte, sdoganando un nuovo movimento culturale, il New Romantic.

A indossare i suoi vestiti ora sono idoli pop come gli Spandau Ballet, i Duran Duran, i Depeche Mode. Crinoline, volant, mantelli e velluti di gusto neo-dandy impazzano sulle passerelle, dove tornano ad affacciarsi pezzi dimenticati da tempo, come corsetti e gorgiere, e tessuti di colpo rivalutati (come il tweed). Ai piedi delle modelle non possono mancare le vertiginose scarpe platform, marchio di fabbrica dell'eccentrica stilista. Sempre negli anni 80 si cementa un rapporto speciale con il nostro paese, che passa attraverso un manager italiano, D’Amario, un'intesa viscerale con Fiorucci, una joint venture con Armani sfumata per un pelo. Ad incantarla, dell'Italia, è la maestria degli artigiani (non a caso gran parte della sua produzione avviene qui), ma soprattutto la ricchezza culturale, che appaga il suo grande amore per la storia. Ed ecco un altro punto cruciale. Le radici sono un trampolino per il futuro. Conoscerle è la chiave per innovare. La cultura rappresenta per Vivianne l'unico antidoto alla deriva di oggi: “noi siamo il passato e ciò che sopravvive al passato è l’arte”. Così, le sue ultime collezioni fondono moda, storia ed arte, preservando l'audacia delle origini, ma in una forma inedita, quella dell'alta sartoria, che alla furia impulsiva del punk sostituisce la cura minuziosa dei dettagli.

Archiviata la smania ribelle, la sua rivoluzione non è finita. Oggi Vivienne si batte per cause come l'ambientalismo e i diritti civili. In prima linea contro la “cultura del consumismo”, vegetariana e animalista da sempre, recentemente si è unita al National Council for Civil Liberties, lanciando una serie di magliette con lo slogan “I AM NOT A TERRORIST, please don’t arrest me”. Ha anche sostenuto l'indipendenza della Scozia, dichiarando: “Odio l’Inghilterra. Mi piace la Scozia perché penso che gli scozzesi siano meglio di noi, sono più democratici”. Questo non le ha impedito di ricevere dalle mani della Regina Elisabetta il titolo di Ufficiale dell'Impero Britannico nel 2005, mentre l'anno successivo è diventata Dama di Commenda dell'Impero Britannico. Ma nell'animo resta pur sempre una “bad girl”, perciò a ritirare l’onorificenza ci è andata sì, ma senza biancheria intima. E non poteva farsi mancare un toy boy: come terzo marito ha infatti scelto Andreas Kronthales, suo allievo, più giovane di lei di venticinque anni. I suoi capelli non sono più color fuoco, è diventata nonna, ma come darle torto quando afferma di essere “l'ultima punk vivente”?

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di Elisa Zagaria / 20 Dicembre 2017

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