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irefuse Italia

La magia della Scala: la Prima di stasera raccontata da Margherita Palli

Intervista alla scenografa tra le più brillanti e raffinate del mondo del teatro internazionale, che ci racconta il suo lavoro per Andrea Chénier e le vetrine della Rinascente dedicate alla Scala

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Milano, 7 dicembre 2017: la città si sta preparando per la sua serata più magica e attesa: la prima della Scala, quando, alle ore 18, è di scena “Andrea Chénier”.

Diretto dal Maestro Riccardo Chailly con la regia di Mario Martone, “Andrea Chénier” è un dramma storico di Umberto Giordano ambientato a Parigi durante la Rivoluzione Francese, che torna sul palcoscenico del Piermarini dopo 32 anni.

Un incontro d’eccezione: Margherita Palli, la scenografa di questa prima, tra le più brillanti e raffinate del mondo del teatro internazionale, racconta la magia e il dietro le quinte del suo mestiere: la Parigi che ha ricreato per lo Chénier ma anche le vetrine che ha “inventato”, come dice lei stessa, per la Rinascente, dedicate proprio al Teatro della Scala e alle sue “prime” nel corso della storia. L'adrenalina e l'eccitamento per una prima che solo a Milano si respira.

 

Margherita, dall'inizio, ci presenta la sua scenografia per lo Chénier?

Ho lavorato sull’idea di Mario Martone prima di tutto di non avere intervalli, come da indicazioni del libretto dello stesso Giordano, e sull'idea di un girevole, un caleidoscopio, una giostra infernale che rappresenta anche la storia come racconto drammaturgico. Irrompono i poveri, la nobiltà sta finendo... quindi questo girevole che si muove è un po’ come il Titanic che sta affondando. Ci sono i poveri che da dietro le vetrate affondano e guardano questa gente che però sta ugualmente finendo. Ma la prima indicazione, come dicevo, arriva da Giordano stesso, ed è che la musica deve essere continuata tra un atto e l’altro, quindi facciamo prima e seconda parte continuata, poi intervallo, terza e quarta continuata.

Siamo a Parigi durante la Rivolzione Francese...

Abbiamo la Parigi di pietra e dei "quai" lungo la Senna. Siamo dentro una scatola nera, portando avanti l’idea che Martone ha usato nel Danton. Nel primo quadro siamo nel Castello di Coigny, con il luccichio di una specchiera, poi ecco il Pont Neuf, e un café come lo storico Procope dove si riunivano i rivoluzionari. Non è una scenografia oleografica. Abbiamo la ghigliottina, che viene dai film di Martone e poi da Danton, la sedia a rotelle del rivoluzionario sul ponte è al Musée Carnavalet e anche nei film di Wajda. Il Marat non è il Marat rappresentato nella vasca da bagno di David, ma è il ritratto di Marat che si trova al Carnavalet. I riferimenti sono molto precisi. E in Scala sono bravissimi nei dettagli. Per esempio gli infissi del café sono riprodotti minuziosamente. 

Come definirebbe il suo stile? Come è il suo metodo di lavoro?

Se vuoi, come in tutte le cose che mi piace fare, non sono astratta, non sono realista, ma le cose le vado a cercare bene. Magari non tutti si accorgono di questi dettagli, ma l’importante è creare un’atmosfera. La scena del duello alla fine: è un quai di Parigi, non è niente di inventato. Abbiamo studiato i quai della capitale, che conosco molto perché ho abitato lì al tempo in cui lavoravo con Gae Aulenti alla Gare d'Orsay. 

 

In generale, il ruolo della scenografia in un'opera, in uno spettacolo?

Credo non debba mai essere "sullo sfondo", ma si deve integrare con la musica e con la regia. Come dicevo, io parto sempre dalle indicazioni che mi danno i registi, e su questa base lavoro finché non arriviamo a una proposta finale. E a sua volta il regista ha parlato con il Direttore d’Orchestra. Uno spettacolo parte sempre da un testo, e in questo caso c’è anche una musica. Parte da un regista che dà una linea ma c’è anche il Direttore d’Orchestra: più persone che si parlano. È un lavoro d'équipe, non dell'artista che lavora solitario nel suo studio. Noi dobbiamo tener conto anche dell’acustica, devi anche qualche volta modificare delle idee, perché il cantante non può fare una cosa, o perché devi aggiungere una balaustra. 

 

Parlava di équipe: la sua?

Prima di tutto alla Scala ci sono macchinisti di palconiscenico e i laboratori più bravi al mondo. Io vado in Scala dall’81, prima come assistente e poi come scenografa. E nella mia équipe ho sempre un assistente, che in questo caso è Marco Cristini che è anche docente Naba con me (Margherita Palli insegna scenografia in Naba a Milano, ndr), il quale a sua volta ha un aiuto che è sempre un ex studente Naba. E così portiamo avanti insieme il progetto. Per me è molto importante portare i miei ragazzi della Naba in un teatro, perché è solo lì che respiri il palcoscenico. L’emozione la puoi raccontare ma la vedi nel momento in cui la vivi.

L’emozione di una storia, del teatro, in questo caso della prima più importante al mondo…

Beh, la prima è l’adrenalina, sembra sempre Natale qui in Scala, anche le luci sono così festive. È la mia seconda prima che faccio in Scala, nel 93 ho lavorato con Liliana Cavani e Muti per “La Vestale”. 

La Scala per lei Margherita?

Ah, la Scala... un luogo, come lo chiama una mia amica che lavora qui, "stregato".

Lo stress più grande?

Il primo giorno che il regista arriva sul palcoscenico, poi dopo se dice va bene, per me è fatta! Per lo Chénier abbiamo presentato sei versioni diverse, poi una volta che Mario Martone ha scelto e detto OK abbiamo presentato l'idea al Direttore d'Orchestra. 

 

E a pochi passi da qui, la Rinascente ieri ha svelato le vetrine natalizie di quest’anno, dedicate proprio alla Scala, che lei stessa ha creato…

Sotto Natale la Rinascente usa celebrare la Scala, l’anno scorso aveva dedicato le vetrine alla Madame Butterfly, l’opera della prima di allora. Quest’anno in più la Rinascente compie 100 anni e così, di comune accordo con la Scala, abbiamo deciso di celebrare non solo lo Chénier, ma i 100 di prime alla Scala in rapporto ai 100 della Rinascente.

 

Che cosa ha portato quindi in scena?

Una vetrina presenta il filmato di “Andrea Chénier”, un’altra il cartellone della Scala, e poi ecco il racconto di sei grandi prime, da “Nerone” di Toscani ai “Vespri Siciliani” con la Callas e 3 registi e direttori che consideriamo un po’ milanesi, da Strehler con il “Macbeth” a Muti con il “Gugliemo Tell”.

Quale cornice racchiude questi contenuti?

Diciamo che mi sono un po’ inventata l’idea di una vetrina fissa che racconta qualcosina di quegli spettacoli, è come se tu fossi dentro un palco della Scala e osservi il palcoscenico, o il palco ti guarda, così ci si immerge in quell’atmosfera. È un po’ in prospettiva deformata. 

 

Non solo teatro e opera, ma da sempre lavora anche alle mostre, anzi ha iniziato con gli allestimenti espositivi, e proprio alla Scala ha curato la retrospettiva dedicata alla figura e ai costumi di Maria Callas ora in corso, quali le differenze tra i due mondi?

Ma sai sono sempre lavori uguali e diversi, dove c’è sempre dietro un racconto da portare avanti. Un'idea che si declina in più modalità. E la scenografia, che è un nome vecchio, è tutto: allestimento, mostre, luci. È quello che in Naba cerco di far capire ai miei studenti, magari all’esterno non lo trasmettiamo: ma si parte sempre da un'idea unica. In un lavoro come lo Chénier faccio una scenografia legata al testo, e poi da lì le vetrine alla Rinascente e il centrotavola della cena. Fagone, critico d’arte che ha fondato la Naba, quando ci incontravo nei corridori a scuola, mi diceva “sai che tu sei fortunata, perché tu fai l’unica opera d’arte totale, dove c’è la musica, la parola, la scultura, la pittura, il video, c’è tutto, e sei in diretta". Mi diceva sempre questo, e ne ero molto orgogliosa, perché a teatro sei completamente in diretta, come in una partita di calcio, non manipoli niente. E quindi ti può capitare di tutto.

Come passa l’emozione?

Come posso trasmetterla? È inspiegabile. Hai un’idea che parte dal regista, se non esiste un’idea di regia, non esiste un’idea di spettacolo. È il regista che mi dà un’indicazione e ho avuto la fortuna nella mia vita di lavorare sempre con grandi nomi, da Martone, Sokurov, Liliana Caviani, e Ronconi, con cui ho iniziato nell'84, un po' per caso. Nel suo libro Muti dice “finché non avremo le antenne e la pelle verde, ci commuoviamo davanti a certe aria d’opera”. E così nello Chénier, quando lei va a morire per lui, ti commuovi.

La prima della Scala, Milano...

Il 7 dicembre a Milano, un giorno unico, nella più grande città del mondo. Ho lavorato a Salisburgo e a Tokyo, nei più grandi teatri del mondo, ma non esiste una posto dove la città è così coinvolta e partecipe come a Milano. La Scala è il più grande laboratorio del mondo, ha una qualità, con Salisburgo, che è il top. In Italia abbiamo ancora una grande qualità artigianale. La nonna di Italo (l'architetto Rota, suo marito, ndr), mi diceva, in dialetto, ma io non te lo so dire, che una famiglia a Milano diventata importante quando aveva il palco alla Scala e la tomba al Monumentale. È l’unica città del mondo dove l’apertura del teatro coinvolge tutti. Quindi è davvero molto sentita, via Montenapoleone che fa la vetrina con lo smoking… e anche la cena dopo lo spettacolo diventa un momento importante, oltre che di rappresentanza. 

Margherita Palli, scenografa e docente presso la Naba a Milano. A lei la cura delle scenografia di Andrea Chénier. E il centrotavola che ha studiato per la cena che segue la prima della Scala

A proposito della cena di gala di stasera, lei, come diceva prima, ha curato il centrotavola presso la Società del Giardino... 

L’ispirazione è stata la rivoluzione, questo irrompere dentro un posto lussuoso del popolo. Un candelabro, fatto però di tubi di gas che ricordano le baionette, e al centro ha un cappello grigio che diventa una lancia, con degli anemoni (foto sopra): abbiamo lavorato con Alice De Bortoli, nostra docente in Naba, e Donatella Brunazzi, Direttrice del Museo e del cerimoniale della Scala. Abbiamo deciso insieme di non fare smaccatamente la bandiera francese, ma di ricordare la Francia nei fiori, gli anemoni appunto, e nei sotto tovaglia azzurri e bianchi. 

Tornando a Milano...

Per me Milano è il centro del mondo, fin da quando mi portava da piccola dal Ticino mio papà, sono Svizzera, svizzerissima, e poi ho studiato scenografia a Brera, anche se in realtà volevo fare il veterinario ma con un gran terrore del sangue! Per me Milano viene anche prima di Tokyo. È davvero una città che amo moltissimo. Per me è sempre stato così, è che la gente se ne è accorta adesso. 

Margherita, come diceva lei stessa, la prima della Scala è da sempre l'appuntamento non solo di cultura, ma anche sociale più atteso e coinvolgente di Milano: cosa indosserà stasera?

Un abito che ha creato apposta per me Colomba Leddi, stilista e mia collega del dipartimenti moda in Naba, con spilla gioiello di Stefano Poletti. 

 


di Caterina Lunghi / 7 Dicembre 2017

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