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Gli oggetti nati dalla polvere di Maddalena Selvini

La serie Arena è una collezione di oggetti per la casa creata con residui di pietra Ollare trasformati in un nuovo materiale

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Può un oggetto per la casa nascere dalle ceneri di un altro? Può un materiale nuovo sorgere dalle briciole di uno vecchio? Fortunatamente oggi per rispondere a queste domande non avrete bisogno di master in fisica o studi sull’antimateria, ma solo di una casa da arredare, magari con uno degli oggetti per la casa della serie Arena firmata dalla designer Maddalena Selvini.

Contenitori per piante o diffusori per ambienti dallo charme ricco di suggestioni, nati da un non-materiale rigenerato: scarti di lavorazione di pietra Ollare, un elemento molto amato dalla progettista (leggi anche → Le creazioni in pietra Ollare di Maddalena Selvini), ricomposti ad altissime temperature in una nuova pietra arenaria dal colore bruno, in grado di assorbire e rilasciare acqua o essenze profumate.

Eleganti metafore che reinterpretano il percorso della rena, ciclicamente erosa e ricomposta dai fenomeni naturali, e che rappresentano lo step più recente del percorso creativo di Maddalena Selvini. Un viaggio fatto di essenzialità, ricerca, artigianalità ed emozionalità, che la designer ci racconta partendo proprio da quest’ultima tappa.

Partiamo dalla fine, come nasce la serie Arena?

Una fortunata intuizione è sicuramente il termine che ne definisce meglio la genesi, una scintilla che ha dato il via a un’accurata ricerca durata più di tre anni. Un percorso che ha generato un progetto in modo molto spontaneo, come piace a me, permettendomi di sentirmi connessa con quello con cui mi stavo confrontando e di reagire in modo molto naturale ai vari sviluppi. Preferisco sempre che sia il materiale stesso a suggerirmi la strada e di solito, se è il momento giusto, non devo sforzarmi troppo perché questo accada.

In ogni tua creazione troviamo una sensazione dimenticata, quanto è importante il legame tra emozione e prodotto?

 Il rapporto emozionale con gli oggetti è in assoluto la parte più importante del mio lavoro. Ognuno di noi ha mensole e cassetti pieni di cose che era stato indotto a ritenere imprescindibili, prodotti necessari di cui ci si accorge di poter far benissimo a meno. Quello di cui non ci stanchiamo mai sono gli oggetti che ci regalano un’emozione, una connessione con qualche ricordo, per questo cerco sempre di concentrarmi sui materiali, sul vissuto, sui sensi e sulle sensazioni. 

 In tutto questo che ruolo giocano manualità e artigianalità?

Osservando gli oggetti come portatori di caratteri culturali ed emozionali è inevitabile pensare a come questi si evolvano. In questo senso credo che un oggetto nato dal sapere artigianale parta con un valore aggiunto, ha già una storia, è da subito uno strumento di comunicazione, un mezzo di condivisione e non solo un prodotto di consumo. 

 

Se le tracce del percorso rendono unico l’oggetto, cosa si può dire per i suoi creatori?

Nel mio caso sono importantissime. Porto con me un segno di ogni luogo nel quale ho vissuto. Dall’Italia e dai miei genitori ho imparato a godermi la vita e a credere che tutto fosse possibile. In Olanda, alla Design Academy di Eindhoven, ho scoperto un metodo, la libertà di raccontare attraverso la creatività senza mai essere giudicata. In Messico, infine ho capito quanto sia fondamentale il rapporto con gli altri, grazie a uno spagnolo zoppicante ma non timido e alle esplorazioni di mercati affollati e remoti laboratori.

Nel tuo curriculum non c’è solo product design, ma anche una deviazione nel mondo del catering...

Il cibo è un altro elemento che stimola i sensi e i ricordi. Io ho sempre avuto una passione per la cucina, o meglio, per il mangiare bene. Quindi non ho mai smesso di apprezzare presentazioni e piatti curati. Appena tornata a Milano dall’Olanda, assieme a una mia amica cuoca, ho avuto l’idea di creare un servizio di chef a domicilio/catering che non stimolasse solo il gusto ma anche gli altri sensi e così è nato tutto.

 

Come spieghi il tuo amore per la pietra Ollare?

Anche in questo caso non c’è stata premeditazione. Semplicemente più lavoro con la pietra Ollare più ne scopro nuove potenzialità. Forse questa sorta di passione è una reazione naturale a un mondo dove si è indotti a cambiare strada continuamente, anche quando un percorso meriterebbe di essere completato. Così posso garantirvi di non avere nessuna dipendenza da pietra Ollare, ma fino a quando questo materiale avrà qualcosa da dirmi continuerò a esplorarlo e a raccontarlo attraverso la ricerca.

Allora c’è qualche nuova idea che bolle in pentola?

Sto ancora riflettendo su Arena e sui suoi possibili sviluppi, quindi al momento in realtà è tutto sul piatto. O forse no... a dirla tutta per il prossimo Salone del Mobile sto lavorando a un nuovo progetto tessile, nato dagli scarti spiaggiati della Posidonia, ma questa è un’altra storia...

 


di Francesco Marchesi / 14 Gennaio 2018

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