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irefuse Italia

Intervista a Marco Lavit, talento emergente dell'interior design italiano

A tu per tu con il fondatore di Atelier Lavit, premiato con i Rising Talent Awards 2018 di Maison & Objet

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Fabien Breuil

L'architetto-designer Marco Lavit Nicora, fondatore di Atelier Lavit

Nel panorama del design italiano Marco Lavit Nicora è un nome di cui sentiremo parlare. Classe 1986, italiano ma francese d’adozione, è stato nominato talento emergente ai Rising Talent Awards 2018, l'imperdibile appuntamento con lo scouting che Maison et Objet ha scelto di dedicare, durante la prossima edizione di gennaio, all’Italia e ai suoi astri nascenti. La nomination non stupisce, di fatto Marco Lavit, il cui lavoro è stato esposto a Milano tra le stanze di irefuse Grand Hotel lo scorso ottobre, bene incarna la figura del progettista del futuro: curioso, attento ai dettagli, raffinato, con una spiccata attitudine ad adattarsi a diverse scale e a diversi committenti. Basato a Parigi, il giovane architetto lavora al 46 di Rue Sainte Anne dove, nel 2014, ha aperto in un'ex galleria il suo studio, che poi è un'atelier, con una grande vetrina su strada. Se passate di lì non abbiate timore ad entrare. Sì, perché il suo spazio è aperto e, come lui stesso ci ha detto raggiunto al telefono per un'intervista mentre si trovava a Mauritius per un nuovo progetto: “La vetrina al piano terra invoglia a curiosare. Le persone entrano, amici, che passano anche solo per un caffè o sconosciuti, che sono attirati dalle mostre e dalle installazioni.” 

Il tuo studio si chiama Atelier Lavit. L’idea dell’atelier è più frequentemente legata ai mondi dell’artigianato e dell’arte o, più comunemente, a quelli della moda e dell’alta sartoria. Perché hai scelto questo nome come biglietto da visita del tuo lavoro?

Nasco come architetto e designer, ma sono sempre stato interessato all’arte in qualsiasi sua forma, dalla fotografia al cinema, e ad altre discipline come il paesaggio, la nautica, la moda. Atelier, per me, significa laboratorio e studio, di architettura e design, ma non solo. Quando l’ho fondato la mia idea era quella di creare uno spazio che fosse un luogo multidisciplinare, aperto alla creatività e alla sperimentazione, capace di rispondere alle differenti scale e grandezze del mondo. Questa scelta conferma la mia passione per il progetto alla scala della città ma anche quella per l'ideazione di un oggetto. Non vedo i due campi isolati né separati, anzi. La possibilità di fare interagire architettura e design, tra di loro e allo stesso tempo con altri ambiti creativi, genera sinergie positive sotto molti punti di vista. Inoltre mi interessa viaggiare e spaziare in termini di ambiti, luoghi e culture. Si potrebbe dire che la mia è una sorta di frenesia intellettuale, che mi diverte e mi fa crescere professionalmente, aprendomi ulteriori strade e nuove prospettive. In questo variegato puzzle le persone sono un tassello fondamentale. Mi piace collaborare con amici e nuovi artisti: fotografi, stilisti e paesaggisti, e metterli in connessione. Lo spazio dell'Atelier Lavit agevola e mi dà modo di organizzare esposizioni, sfilate, installazioni. È una vecchia galleria d’arte, con una grande vetrina a vista, e mi piace l’idea che il nostro lavoro sia a disposizione di tutti i curiosi.

Lavori spesso come designer, ma anche i tuoi progetti di architettura e i tuoi interni hanno molto a che vedere con la dimensione dell’oggetto. Viceversa quando guardo i tuoi prodotti, ad esempio il divano Atem, ci leggo il tuo background da architetto. Ci spieghi come coniughi le diverse scale? Ci sono punti di contatto o di separazione?

Ho aperto il mio studio a 26 anni. All’inizio non è stato facile trovare clienti nell’ambito dell’architettura perché veniva richiesta un’esperienza che a quell’età è difficile avere. Il design mi ha permesso di mettermi alla prova dandomi la possibilità di vedere concretizzati i miei progetti e realizzare prototipi con facilità e in autonomia. L'architettura, dal suo canto, è inserita in un contesto e si relaziona ad esso costantemente. Questo rapporto tra interno ed esterno, intrinseco in ogni architettura, lo ritrovo spesso anche nel design, con l'oggetto immaginato come un insieme di elementi che si relaziona con lo spazio che lo circonda che, allo stesso tempo, possiede una sua armonia e genera una qualità propria dello "spazio oggetto". Testimonia e documenta questo continuo scambio il fatto che spesso utilizzo gli artigiani che danno vita ai miei mobili anche per realizzare i progetti di architettura e di interior.

Pensi che in qualche modo questa tua visione del progetto renda riconoscibile la tua firma?

Creare una coerenza tra i progetti porta indubbiamente ad essere riconosciuti per una certa estetica, ma questo mi fa un po’ paura. Mi piace e mi diverte variare. Fortunatamente i clienti che si rivolgono a me perché hanno apprezzato un particolare progetto finiscono spesso per chiedermi esattamente il contrario e questo mi dà l’opportunità di sperimentare sempre qualcosa di nuovo. Penso che alla fine quello che mi caratterizza sia un’attitudine al progetto piuttosto che un’estetica precisa.

Come sta cambiando il modo di vivere lo spazio domestico e come questo si riflette nelle soluzioni che proponi nei tuoi progetti come interior designer?

Ci sono due aspetti che hanno influenzato la mia visione degli interni. Il primo riguarda il mio passato da studente. La città nella quale ho studiato ed ora lavoro, Parigi, è una grande metropoli in cui gli appartamenti per studenti sono piccoli e per lo più monolocali. L'esigenza di ottimizzare gli spazi in qualità di inquilino, e il concetto di multitasking per cui un oggetto assolve più funzioni, sono stati fondamentali. A maggior ragione lo sono oggi che sono un progettista che, sempre di più, si confronta con spazi abitativi ridotti e con la necessità dei clienti di poterli adattare in breve tempo e a costi contenuti. È affascinante pensare un progetto di interni come un sistema in cui lo spazio viene in parte vissuto e gerarchizzato dai suoi mobili, integrati o non. Le soluzioni devono poter comporre, dividere, unire, coinvolgere o isolare, e devono potersi evolvere nel tempo, dando vita a scenari diversi a seconda delle esigenze. Il secondo aspetto riguarda la possibilità di viaggiare velocemente, con facilità, per evadere dal caos della città e dalla routine quotidiana. Siamo sempre di più alla ricerca di un contatto con la natura, allo stesso tempo, non vogliamo rinunciare al comfort. E' il motivo per cui sto lavorando su sistemi abitativi innovativi ed insoliti, immersi in paesaggi incontaminati. Capanne galleggianti, sospese su pilotis come palafitte, sotto terra o sugli alberi, come i rifugi che ogni bambino sogna di costruire da piccolo. Questi progetti, per la loro dimensione, sono spesso immaginati come un nido avvolgente e sicuro che ci proietta nella natura proteggendoci allo stesso tempo.

Bruno Munari si chiedeva spesso se ci fosse davvero bisogno di un'altra sedia. Vedendo il tuo lavoro sembrerebbe di sì…perché questa “ossessione” per le seduta.

Quando frequentavo l’Università ho progettata una sedia e l’ho costruita. Io la trovavo comodissima, ma quando l’ho portata a casa per tutti era scomoda, e nessuno l’ha più usata! Allora mi sono reso conto di quanto fosse difficile progettare una seduta. La collaborazione con l’architetto Riccardo Blumer, vincitore nel 1998 del premio Compasso d’Oro per la sedia Laleggera, e con il quale ho realizzato alcuni divertenti prototipi, è stata fondamentale. Ci sono oggetti, come un tavolo o una libreria, che hanno meno rapporto col corpo e quindi meno problematiche. La sedia è l’oggetto che più ci sollecita e con cui si è più in contatto, quasi come un vestito, ma a differenza di quest’ultimo non possiamo sceglierne la taglia; deve essere piacevole, adatta a tutti i pesi, alle altezze e ai differenti modi di sedersi (c’è chi sta seduto in punta o con la schiena curva). Disegnare e realizzare una sedia rimane l’esercizio più completo e complicato, la sfida più intrigante. Dobbiamo trovare la giusta geometria che renda la nostra sedia «unisex», universalmente comoda ma percepita allo stesso tempo come esclusiva ed unica: un abito sartoriale.

Sei stato selezionato come uno dei Rising Talents della prossima edizione di Maison & Objet. Mi dici una parola che per te sta rivoluzionando il mondo del design e perché?

Sicuramente artigianato 2.0. Per anni c’è stato un allontanamento dall’artigianato tradizionale. Ancora oggi, anche a causa della componente economica che non aiuta, farsi realizzare un progetto da un artigiano sembra impensabile, soprattutto per un giovane. Oggi grazie ai nuovi macchinari all’avanguardia, come ad esempio il taglio laser, disponibili e accessibili anche alle piccole imprese, l’artigianato ha una nuova opportunità di evoluzione. Questo processo può riportare in luce la grande tradizione artigianale del nostro paese (resa più moderna e adattata alle nuove tecnologiche) per dare vita a progetti di design caratterizzati dal savoire-faire made in Italy, accessibili anche ad una clientela più ampia .

Lavori molto con le gallerie di design?

Sì, ho collaborato con gallerie italiane come Nilufar o Rossana Orlandi e con gallerie francesi. La mia formazione d’architetto mi ha portato a interpretare il design del mobilio come qualcosa di unico ed esclusivo, un po’ come un progetto d’architettura, molto vicino al gusto e all’esigenza del singolo cliente. Un pezzo che va a completare e arricchire un’ambiente, apportandovi, anche se discretamente, una forte identità. Lavorare con una galleria permette di sviluppare progetti unici, che possono osare ed uscire dalle logiche di tendenza e di mercato. C’è poi un rapporto di committenza diretta stimolante, spontanea, di continuo scambio. La clientela della galleria cerca qualcosa di raffinato, insolito e quindi al gallerista piace farsi sorprendere dal designer. Anche le tempistiche sono diverse e si inseriscono in un’altra logica economica. Le aziende devono fare studi giganteschi per produrre, ad esempio, uno sgabello. Con una galleria i tempi sono molto più brevi, anche nel giro di una settimana si riesce a trovare un accordo e passare  in poco tempo alla produzione.

A cosa stai lavorando al momento?

Attualmente sono impegnato sul progetto di una facciata in bamboo a Port-Louis, Mauritius, in occasione di un festival annuale d’arte e architettura. Il tema quest’anno è la natura e la mia interpretazione ha giocato sul contrasto tra questa e l’azione dell’uomo. Solitamente siamo portati a pensare che ciò che è naturale sia spontaneo e selvaggio, irregolare, ma quando sono arrivato a Port-Louis mi sono reso conto che era la città ad essere particolarmente caotica, indefinita. Ho voluto dunque trasformare un elemento naturale in elemento ordinatore. Il prospetto è come un "moucharabieh" e vuole sensibilizzare all’utilizzo del bamboo  come materiale architettonico. L’intervento è fatto su un vecchio palazzo abitato solo al piano terra e al primo piano. Gli ultimi due livelli sono vuoti, abbandonati e senza facciata. La mia proposta è stata quella di giocare con la fibra vegetale per creare un disegno geometrico e razionale. Un volume semitrasparente che funzionasse come una lanterna, retroilluminata la notte, che fosse un simbolo per la città. Mi sto dedicando poi a vari progetti di design: un comodino da notte declinabile in tavolino, uno sgabello e multiplo per libreria, un tavolo d'ispirazione aereonautica. E anche a progetti di architettura: lodges e capanne in un eco-domaine in Francia, e forse, incrociando le dita, uno anche in Italia. 


di Laura Arrighi / 5 Dicembre 2017

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