Bruno Zevi, per una (radicale) architettura della libertà

Architetto, critico, storico: Bruno Zevi è stato un intellettuale imprescindibile per l'architettura e la politica, italiane e non solo. E il Maxxi lo racconta con una mostra

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Courtesy photo

Il 22 gennaio 2018 si celebrava il centenario dalla nascita di Bruno Zevi, prima archistar italiana del 900 - come lo ricorda Michele Masneri su Il Foglio -che fu anche grande “storico, critico, polemista, politico e personaggio”.

Tra i più importanti critici dell’architettura italiana, Bruno Zevi - che fu anche presidente onorario del Partito Radicale e illustre firma de L'Espresso - seppe coniugare la militanza architettonica e l’attività politica con la stessa disinvoltura liberal con cui abbinava pipa e papillon.

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A questo intellettuale imprescindibile del dopoguerra nazionale il museo Maxxi di Roma dedica, dal 25 aprile al 16 settembre, la mostra “Gli architetti di Zevi. Storia e Controstoria dell’architettura italiana 1944 - 2000”, organizzata in collaborazione con la Fondazione Bruno Zevi.

Una mostra “non su Zevi, ma sulle sue scelte critiche e progettuali, come ha spiegato la figlia Ada Chiara Zevi, presidente della Fondazione sorta due anni dopo la morte del padre nel 2000. L’esposizione infatti ospiterà disegni, plastici e materiali visivi per raccontare 35 architetti: autori come Renzo Piano, Carlo Scarpa, Carlo Mollino, Paolo Soleri, e tanti altri che Zevi, controcorrente per i tempi, individuò spesso come interpreti della sua idea di un’architettura libera e che sostenne - non sempre senza riserve - nei suoi oltre 50 anni di critica architettonica.

Un’attività che lo ha reso “il più grande divulgatore dell’architettura moderna mondiale”, come ha spiegato Jean-Louis Cohen, che è professore alla New York University e all’Académie de France nonché curatore della mostra insieme a Pippo Ciorra.

Ma chi era Bruno Zevi?

Principalmente è noto per la sua produzione saggistica: ogni architetto che si rispetti ha nella propria libreria la sua monumentale Storia dell’architettura moderna del 1950, che precede di ben 47 anni la Storia e controstoria dell'architettura in Italia, opera ultima che dà anche anche il nome alla mostra.

Nato a Roma nel 1918 all’indomani della Grande Guerra, Bruno Zevi cresce in una famiglia di estrazione alto-borghese e di confessione ebraica. Se in capitale riesce a studiare nell’esclusivo Liceo Tasso, successivamente è costretto a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali, non prima, però, di aver adempiuto agli obblighi di leva insieme a un altro commilitone dal futuro illustre: Ettore Sottsass.

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Dopo una parentesi a Londra, si stabilisce negli Stati Uniti: nel 1942 il ventiquattrenne Zevi si laurea alla School of Design di Harvard, diretta in quel periodo da Walter Gropius.

Membro attivo della Resistenza - all'inizio con Giustizie e Libertà, poi col Partito d’Azione e Unità Popolare - Bruno Zevi torna in Italia nel 1944, ma quattro anni prima ha già sposato la musicista e giornalista Tullia Calabi.

La donna, di grande fascino e intelligenza, trasformerà casa Zevi in uno di quei salotti dove classe dirigente, intellettuali e alta borghesia si incontrano e danno nuove direzioni alla storia: come quel pomeriggio del 1962 in cui la signora Zevi fece incontrare Pietro Nenni e Arthur Schlesinger Jr., il segretario particolare di John Kennedy. Da quell’incontro - per intenderci - nel 1963 nascerà il primo governo Moro di centro-sinistra.

Intanto Zevi, innamorato di Frank Lloyd Wright, fonda l’Associazione per l’architettura organica e dà libero sfogo a una vulcanica attività editoriale: fonda la rivista Metron, il mensile L’architettura, cronache e storia, il settimanale La Cultura della vita con Lina Bo Bardi. Dietro a tutto, c’è la cattedra di Storia dell'architettura: dal 1948 - anno in cui pubblica Saper vedere l’architettura, - insegna all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. 16 anni dopo entrerà come ordinario alla Sapienza di Roma.

Il suo acerrimo nemico? “L’architettura della repressione”, come ebbe a scrivere nel 1993. La individuava in alcuni vizi formali autoritari e coercitivi, primo fra tutti la simmetria: troppo accademica e piccolo-borghese, “una grave malattia psichica, sintomo di instabilità interiore”. Ma la lotta più aspra e attuale fu quella contro il post-modernismo: non dovevate parlargli di autori come Paolo Portoghesi, Aldo Rossi, Marcello Piacentini. Presto, per sua fortuna, sarebbe arrivata la palingenesi decostruttivista con Frank O. Gehry, Daniel Libeskind e Zaha Hadid.

Perché questo era Zevi, un fanatico della libertà, che esercitò anche nella comunicazione - con l’avventuroso progetto di TeleRoma56, la prima tv libera romana - ma soprattutto con la militanza politica.

Dal 1988 al 1999, infatti, il suo attivismo radicale lo vide sedere come presidente onorario del partito di Pannella, tra le cui fila militò anche come deputato. Poi le dimissioni, a causa delle incomprensioni coi compagni in Parlamento europeo, colpevoli di sedere nello stesso gruppo dei populisti LePeniani, anche se nel gruppo misto.

Del 1998 la fondazione del Partito d’Azione Liberalsocialista, fatto di due parole che - chissà che ne penserebbe - neanche esistono più. La mostra a Roma, come ha detto la presidente della Fondazione Maxxi Giovanna Melandri, è “un omaggio doveroso a un grande intellettuale e alla sua ostinata difesa dei valori liberal-democratici che getta una luce diversa su sulla storia dell’architettura”.

Non un omaggio retorico, quindi. Parlare di Bruno Zevi, oggi, significa parlare dei legami tra architettura e libertà, tra urbanistica e politica. Legami sempre più rimossi, evitati, scansati. Quindi urgenti da recuperare.

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