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Se andare in ufficio oggi è molto più piacevole il merito è soprattutto dei Big Data

La tecnologia può aiutare la progettazione degli uffici, analizzando il rapporto tra i lavoratori e lo spazio, per rendere quest’ultimo più confortevole e adeguato alle singole esigenze. Alcuni grandi studi, come Zaha Hadid Architects, la stanno già usando

Zaha Hadid Architects

Nei progetti per uffici si immagina un ambiente di lavoro che influenzerà la produttività e l’efficienza dei dipendenti. Sin dai tempi della rivoluzione industriale, ingegneri e architetti passavano ore a studiare la disposizione degli spazi in fabbrica per ottimizzare il lavoro e il rapporto tra l’uomo e le macchine.

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Allora però tutto ciò su cui potevano contare era osservazione e deduzione. La situazione ai giorni nostri è ben diversa: per affrontare quella che continua ad essere una sfida cruciale, la tecnologia offre strumenti sempre più sofisticati, in grado di leggere e analizzare il comportamento umano e le specificità dell’ambiente lavorativo.

Stiamo parlando dei Big Data, enormi moli di informazioni sulla base delle quali sempre più spesso i grandi studi, come Zaha Hadid Architects, elaborano i loro disegni per progettare gli uffici.

Ma che significa, in concreto? Interpretare lo spazio non più come un organismo unico e compatto, ma come un insieme mutevole ed eterogeneo di istanze diversissime: ogni lavoratore ha il suo modo peculiare di muoversi e relazionarsi con l’ambiente, e oggi la tecnologia è in grado di dare risposte sempre più personalizzate, oltre che sinergiche, ai suoi bisogni.

Zaha Hadid Architects

Un tempo per progettare un ufficio i designer intervistavano i dirigenti, o poche altre figure selezionate a campione, perché in presenza di centinaia o migliaia di dipendenti un’indagine su ampia scala era materialmente impossibile.

I Big Data permettono di ovviare a questo problema, offrendo una visione capillare e dettagliata del quadro aziendale: ne è un esempio l’Analytics and Insight Unit di Zaha Hadid Architects.

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Fondata tre anni fa dall’architetto londinese Uli Blum, la divisione ha concentrato i suoi primi sforzi nell’ideare metodi per studiare il posto di lavoro e anticipare le esigenze dei dipendenti, sperimentando il nuovo approccio sul suo stesso ambiente.

Zaha Hadid Architects

Blum ha installato ovunque sensori per monitorare aspetti essenziali al benessere dei dipendenti, come la visibilità, il rumore, l'umidità, la temperatura e la qualità dell'aria.

Ha inoltre predisposto un sistema di videosorveglianza intelligente in cui ad essere tracciati sono soli i movimenti, senza violare la privacy dei singoli, di cui le telecamere restituiscono solo una sagoma scura.

In questo modo, lo studio accumula dati che illustrano in tempo reale e con la massima esattezza il rapporto tra l’individuo e lo spazio. Se ci sono aree troppo affollate, o sottoutilizzate, perché scomode o superflue, o se, ancora, si rileva la presenza di ostacoli che complicano gli spostamenti, Blum e il suo team lo vedono, e possono intervenire per risolvere il problema.

Zaha Hadid Architects
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In uno studio che fa della fluidità delle forme il proprio asso nella manica, questa risorsa diventa ancora più importante. Come a dire: siamo più bravi degli altri a modellare armoniosamente lo spazio, perché lo testiamo in primis sotto i nostri stessi piedi. E il modello si può già vedere applicato ad alcune grandi opere progettate da Zaha Hadid Architects con l’aiuto dei Big Data, come lo Sberbank Technopark presso lo Skolkovo Innovation Centre a Mosca, o il Galaxy SOHO di Pechino (foto).

Ma cosa differenzia l’ufficio ideale del terzo millennio da quello ereditato dal passato? In una parola, la personalizzazione.

Dalla catena di montaggio di impronta taylorista ai cubicoli targati Robert Propst degli anni 60, si è sempre posto l’accento sulla standardizzazione dello spazio. Un approccio di questo tipo però finisce inevitabilmente per omologare i dipendenti, forzati all’interno di meccanismi ripetitivi che velocizzano e razionalizzano i processi di lavoro, ma non tengono conto delle specificità individuali. E quando la componente umana passa in secondo piano, l’equilibrio tra lavoro e benessere si incrina, col risultato di inficiare anche la produttività dell’organizzazione, a causa di stress, affaticamento o insoddisfazione che di certo non giovano alla causa.

Perciò oggi la qualità della vita delle persone è considerata un fattore primario: se un dipendente è appagato, immerso in un ambiente comodo, gradevole e stimolante, produrrà di più. E dal momento che ognuno è diverso dagli altri, più un ambiente di lavoro riesce a modularsi sulle esigenze dei singoli, più ne viene ripagato in termini di performance e fedeltà all’azienda.

Zaha Hadid Architects - Render by Anima
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Zaha Hadid Architects - Render by VA

Non c’è solo Zaha Hadid a percorrere questa nuova via.

Pensiamo ad esempio al produttore di mobili Steelcase, che ha recentemente sviluppato un'infrastruttura digitale e fisica per aiutare le organizzazioni a utilizzare il proprio spazio in modo più efficace, insistendo soprattutto sulla dialettica tra online e offline. In un mondo sempre più interconnesso, dove lo smartphone sovente rimpiazza il computer, perché non dotare i dipendenti di un’app che monitora l’ambiente, facilitando operazioni quotidiane come trovare una sala libera per una riunione? È questo che ha fatto Steelcase, mettendo a punto un concept dal nome "Smart + Connected Workplace", che si avvale di sensori, segnaletica e arredi per restituire un quadro completo di come funziona lo spazio a disposizione. Non si tratta solo di trasferire informazioni, ma di coinvolgere i lavoratori: con pochi click sulla App, ognuno può capire meglio il luogo che lo circonda e trovare la collocazione che più lo soddisfa.

Senza dimenticare l’altra variabile dell'equazione: i clienti, gli interlocutori esterni. Anche su di essi incide in modo determinante l'aspetto e la funzionalità della struttura con cui entrano in contatto. Il workplace è un biglietto da visita, che non solo deve esplicitare i valori aziendali, ma anche tenere fede all’immagine virtuale del brand, che spesso è la prima interfaccia a cui il cliente si rapporta. Dunque, comprendere a fondo l’ambiente di lavoro con l’ausilio della tecnologia si rivela un'arma preziosa per migliorare sia la produttività che l’impatto sul mondo esterno. E se la partita viene condotta con lo spirito giusto, a guadagnarci sono proprio i lavoratori, che possono smettere di maledire la sveglia quando è ora di andare in ufficio, sapendo che ad attenderli non c’è un posto grigio e triste, ma qualcosa di simile a una casa.

In apertura: Galaxy Soho, Pechino.

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