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John Pawson firma la Farini Bakery di Milano, e il suo stile è inconfondibile

Il maestro del minimalismo torna con il progetto di una panetteria a qualche anno dai Princi di Claudio Silvestrin

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John Pawson

A Milano, tra Corso di Porta Ticinese e Via Molino delle Armi, c’è Farini, la nuova bakery firmata dal maestro del minimalismo John Pawson. Princi ha qualcosa da temere? Questo ancora non si sa, ma è certo che nella città della madonnina il confronto immediato è quello con Princi Speronari, di Caludio Silvestrin (rivale di una vita). Pawson-Silvestrin, i due nomi negli anni ottanta erano inseparabili; insieme avevano firmato Villa Neuendorf, capolavoro minimalista sull’isola di Maiorca. Poi una prematura separazione. Le strade si dividono, ma corrono parallele. Pawson firma i negozi di Calvin Klein, Silvestrin di Armani; poi Casa delle Bottere per il primo, il loft di Kanye West per il secondo. E ora, dopo decine di progetti (e dopo la fama internazionale), i sentieri dei due architetti che hanno inventato il minimalismo contemporaneo si incrociano di nuovo, a Milano: Princi vs Farini, Pawson vs. Silvestrin.

E pensare che John Pawson non avrebbe neanche dovuto fare l’architetto. Dopo gli studi a Eaton il padre, che era nell’ abbigliamento, pensava che il figlio potesse diventare un businessman. Così gli dà in gestione una delle sue piccole aziende, ma non è il destino di John e i conti non tornano. La compagnia va in bancarotta e chiude poco prima del Natale del 1973. Ma non finisce qui (le disgrazie non vengono mai sole): la stessa settimana la ragazza che avrebbe dovuto sposare lo lascia. Poi il turning point (perché nessuno può sfuggire al suo destino): una sera, per distrarsi dalle preoccupazioni, John va a una festa e incontra un ragazzo che vende biglietti aerei a buon mercato. Ne prende uno, la sua destinazione sarebbe stata il più lontano possibile dall’Inghilterra. Quando atterra in Giappone è la vigilia di Natale, lui ha 24 anni e vuole diventare monaco. Così, da solo, si reca nel remoto monastero di Eihei, dove si aspetta di essere iniziato subito ai misteri dello Zen, ma i monaci non la pensano allo stesso modo (lo mettono a lucidare i pavimenti). Resiste solo poche ore, ma decide di restare in Giappone. Per tre anni insegna inglese a Nagoya, poi si trasferisce a Tokyo. Lì riesce a entrare nello studio di Shiro Kuramata per imparare l’arte dell’architettura. Ma non è ancora pronto. Dopo qualche mese Kuramata gli suggerisce di imparare a progettare da solo. Così torna a Londra, dove studia architettura per tre anni. Poi l’incontro con Silvestrin, il minimalismo, e il resto è storia.

C'è un pezzo di tutto questo nel progetto della Farini Bakery di Milano. C'è un'atmosfera sobria e Zen; c'è l'essenzialità giapponese; c'è il rigore anglosassone. A guidare il brief del progetto è stato il requisito che la Farini Bakery fosse contemporaneamente una galleria per il pane, un palcoscenico per i panettieri e un luogo di ritrovo per i clienti. Il risultato si materializza con una serie di sfondi raffinati per persone e oggetti, il cui valore è dato dai dettagli delle forme, dei materiali e della luce. Così Pawson fa correre un bancone di 14 metri in ceppo di gré su un parquet di rovere per tutta la lunghezza del locale. Sullo sfondo muri in mattoni a vista inglesi; poi ampie vetrate sul lato maggiore e vetri ricurvi all’ingresso rendono il locale completamente permeabile alla vista. Le maniglie sono le Lama di Gio Ponti, omaggio al design meneghino.

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di Pietro Terzini / 8 Agosto 2017

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