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irefuse Italia

Una piccolissima città nata sui binari ferroviari in una periferia della Danimarca

lo studio AART architects progetta dei vagoni ferroviari pop-up con albergo, fiorista e concept store nella città di Aarhus

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AART architects

La periferia non andrebbe mai abbandonata e lo studio AART architects lo sa bene, così progetta dei vagoni ferroviari pop-up che vanno ad occupare i binari in disuso della città di Aarhus, in Danimarca. Siamo in un’area industriale desolata ai margini della città, che aspetta da tempo un intervento di riqualificazione che tarda ad arrivare. Ma né AART architects né l’organizzazione no-profit Givisme hanno intenzione di stare con le mani in mano e realizzano un progetto di architettura partecipata.

Lo studio mette a disposizione il suo know how nel campo del design mentre la comunità muscoli e sudore. Il risultato sono una serie di piccole architetture mobili dotate di ruote che portano sui binari nuove attività. C’è un Hotel a camera singola, una boutique di lifestyle brand, una serra pubblica e perfino il seggio elettorale per le imminenti elezioni. E l’operazione non finisce qui! Mentre queste carrozze sono già state costruite, il piano prevede di aggiungerne altre entro la fine dell’anno. Già durante il Festival della Musica Nordica, che si è tenuto nelle vicinanze, le unità sono state adattate per includere un bar e una farmacia. Nel complesso il progetto ha voluto iniettare nuova linfa vitale nella periferia urbana stimolando il senso di appartenenza e di comunità.

D’altronde l’architettura partecipata, tra sogno e utopia, ha da subito avuto questa missione. Le sue radici affondano nell’Italia degli anni sessanta con Giancarlo De Carlo, uno dei membri del TeamX. Poi per molti anni il tema è caduto nel dimenticatoio della teoria architettonica, forse per il difficile coordinamento dei progetti (alla fine chi prende le decisioni?) ma soprattutto per la supremazia degli interessi finanziari. Tuttavia il tema della partecipazione, legato al concetto di open source, oggi sembra essere tornato di grande interesse. Un esempio è il libro di Carlo Ratti (architetto torinese e docente al MIT di Boston) “Architettura Open Source”. In questo testo (abbastanza visionario) si prospetta un’architettura del futuro realizzata da stampanti 3d e frese computerizzate sulla base di modelli digitali prodotti collettivamente, quindi per l’appunto Open Source. Non sappiamo se questo tipo di scenario si avvererà, però rimane ineguagliabile la capacità di creare senso di appartenenza e attaccamento alla comunità di un progetto realizzato collettivamente, seppur piccolo come quello di un vagone pop-up.

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di Pietro Terzini / 7 Agosto 2017

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