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Buste di plastica, dal supermercato alle passerelle

Spopola il nuovo trend importato da lontano

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Getty Images

Le buste di plastica che quotidianamente passano dalla cassa di un supermercato o di un negozio alle nostre case, così effimere, colorate, economiche e, allo stesso tempo, simbolo del solido benessere occidentale, stanno arrivando con altrettanta rapidità sulle passerelle.

I fattori che concorrono all’imposizione di questo trend sono almeno tre, e vengono dall’est. Il più significativo è l’ingresso negli uffici stile (o anche alla direzione, come nel caso di Demna Gvasalia per Balenciaga) delle maison dell’alta moda e del prêt-à-porter, di una nuova, piccola ed estremamente significativa generazione di designer nati nell’ex URSS, e cresciuti al di là del Muro di Berlino; il loro apporto creativo è lo specchio di una cultura capace di ribaltare e riabilitare anche le più rigide impostazioni di regime.

Dal blocco dei beni provenienti dalla parte “americana” del mondo, al loro primo ingresso dopo la fine degli anni Ottanta, in quasi tutti i Paesi dell’Unione Sovietica si è diffuso il costume di utilizzare le shopper (altrimente dette "buste di plastica"), soprattutto quelli dei marchi più noti - e più imitati - come borse da passeggio, per la scuola, lo sport o per confezionare i regali. Il basso costo e la facilissima reperibilità ne hanno permesso la diffusione, mentre la varietà di stampe, colori e lettering ha aggiunto al fenomeno la componente di ricerca del pezzo unico, diverso e introvabile.

L’esito di questo singolare fenomeno, è quello che stiamo vivendo oggi e, per scomodare l’antropologo Ted Polhemus, si potrebbe definire un bubble up a scoppio ritardato, iniziato vent’anni fa, nell’infanzia dell’attuale generazione di senior designer, e scoppiato nel presente - il caso più eclatante è proprio la versione Balenciaga della busta blu Frakta di Ikea, uscita al pubblico al costo di 1700 euro. A questo seguono Jil Sander, con la nota borsa a mano bianca laccata, Maison Martin Margiela, Msgm, Blugirl, fino a Au Jour le Jour che ripropone un l’indimenticabile fustino di detersivo per lavatrice Dash.

Le tendenze street, urban e sport, spesso elaborate in capsule collection che ne sommano i caratteri, il gusto dilagante negli ambienti radical per un revival anni Novanta, e il mash-up (basti pensare alle campagne pubblicitarie di noti brand del lusso, che fanno casting per strada per poi vestire i neo-modelli con styling al limite del barocco), non fanno altro che rafforzare l’affermarsi di una moda dove la busta di plastica appare come l’oggetto dell’eccentrico, di chi si vuole distinguere.

La Cina, infine, dà libero sfogo all’interpretazione dei modelli occidentali e porta sul web la mania per il selfie con la plastic bag del momento: ad indossarle si alternano ragazzine succinte, gruppi di amici per strada e aspiranti fashion blogger.

Del Glamour, unico grande assente in questo interminabile come back Nineties, basti dire che con la plastica ha vestito le top model più iconiche della storia.

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di Manuele Menconi / 24 Settembre 2017

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