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Un artista vuole costruire una “casa in cui morire” accanto allo Studio di Edvard Munch

Un UFO nero con colonne animalesche a pochi metri da dove visse il pittore dell'Urlo: è il progetto di Snohetta per Bjarne Melgaard

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© MIR and Snøhetta

A House to Die In, il progetto di Snohetta per l’artista Bjarne Melgaard, è un’architettura che potrebbe cambiare per sempre il paesaggio che ispirò Edvard Munch: negli ultimi 28 anni della sua vita Munch ha vissuto in una casa di campagna alla periferia di Oslo. Qui ha completato centinaia di dipinti e disegni, e la tenuta, Ekely , è diventata una meta di pellegrinaggio, nonostante la villa sia stata demolita negli anni ’60, lo studio sia chiuso al pubblico e il sito ospiti oggi una comunità di 44 artisti fondata negli anni '50.

Di recente, tuttavia, il progetto dell’artista norvegese Bjarne Melgaard di costruire una strana casa su una collinetta adiacente hanno scatenato un acceso dibattito sulla conservazione dell'eredità del pittore dell’Urlo.

A House to Die In dovrebbe essere la nuova residenza di Melgaard, spesso definito come l’enfant terrible dell’arte norvegese per aver esplorato con il suo lavoro temi sessuali e legati alla droga: “un’idea innovatrice o una minaccia per il passato?” Si chiedono artisti e giornalisti, preoccupati che il progetto modifichi gli ultimi resti del paesaggio dipinto da Munch, oscurando l'importanza storica del sito.

Getty Images

Il progetto sviluppato da Snohetta – lo studio conosciuto per costruire architetture iconiche come il recente ampliamento del museo d’arte di Lillehammer o il mercato del pesce di Muttrah  – è una sorta di Ufo nero posato su colonne a forma di animali del bosco, una fusione di arte e architettura ispirata alle opere espressive di Melgaard. 

Un’opera pensata per sovvertire le idee scandinave sulla durabilità (e forse anche sul minimalismo): “Niente dura per sempre, quindi ero interessato all'idea che si potesse avere una casa in cui morire, di cui dire: ‘è la mia stazione terminale’” ha spiegato.

L’altra ispirazione sono state le case dei signori della droga, come quelle dei baroni dell'oppio afghani, che non sono solo ossessionati dallo spettro della morte, ha detto, ma anche dagli strani “miscugli di stili architettonici”.

“Convertire l'arte di Melgaard in architettura è un meticoloso processo digitale che consiste nel plasmare modelli costituiti da un pattern triangolare di piccole dimensioni” spiegano dalla studio per raccontare come si è sviluppata l’idea di questo involucro in legno di quercia bruciato ispirato alla tradizione costruttiva giapponese che nasconde l’universo artistico e il concetto di casa di Melgaard. Mentre una delle camere può essere usata sia come piscina che come sala da pranzo, un’altra è sia area di lavoro che spa: un simbolo di come le convenzioni non possono influenzare l'uso o il design dell'edificio. 

Un laghetto poco profondo sotto l'edificio crea l'illusione di un edificio “galleggiante” mentre uno spazio denominato “stanza della droga”, che secondo gli architetti sarebbe stato sospeso dalle pareti e dal soffitto della casa, non sarebbe destinato all'uso di stupefacenti ma a creare una sensazione di disorientamento. 

© MIR and Snøhetta

Altre stranezze? Un mobile gonfiabile da inserire nella casa, descritto come un “sex pillow” e uno studio sotterraneo a forma di tigre e una torre di 18 metri (proposte poi respinte dallautorità di conservazione del paesaggio).  

"Credo che questo discorso sull'eredità di Munch sia ridicolo", ha detto Melgaard, sottolineando che la proprietà dell'artista defunto era già stata alterata dalla costruzione della colonia di artisti, e che ai tempi di Munch il suolo che occuperebbe la sua House to Die In era occupato da un’altro edificio. 

Mentre artisti, giornalisti e autorità si scontrano, si aspetta il verdetto della Direzione dei Beni Culturali, atteso per le prossime settimane: se il progetto verrà approvato, passerà all'autorità edilizia e al Consiglio comunale per l'approvazione finale.

“Dobbiamo riconoscere che si tratta di un dibattito emotivo – ha affermato Kjetil Traedal Thorsen, socio fondatore di Snohetta – Se non ci fossero stati punti di vista emotivi su questo tema, per gran parte della popolazione avrebbe significato non conosce la sua storia”.


di Carlotta Marelli / 8 Febbraio 2018

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