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Rem Koolhaas firma a Venezia la rinascita del Fondaco dei Tedeschi

Lo studio olandese OMA ha concluso il lungo restauro dell’antico palazzo sul Canal Grande

Ultimi giorni di lavoro per lo studio olandese di Rem Koolhaas per l’intervento di restauro del Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Il progetto, opera firmata da OMA (Office for Metropolitan Architecture) insieme ad Ippolito Pestelli Laparelli e Silvia Sandor, dopo un’ondata di polemiche, ritardi e fermi è pronto ad aprirsi alla città (l’inaugurazione è prevista per il mese di Settembre 2016) e a dichiararsi, finalmente, come lungimirante esempio di architettura contemporanea in una città dove lo spirito d’innovazione fatica a decollare.

Il progetto di OMA si attesta sulla delicata questione riguardante l’approccio alla conservazione di edifici storici. Era il 2009 quando il gruppo Benetton proprietario dell’immobile, con affaccio sul Canal Grande a pochi metri dal Ponte di Rialto, commissionò allo studio di Koolhaas la trasformazione in un department store dei 9000 metri quadri dell’antico fondaco costruito nel XIII secolo per ospitare le attività di commercio tra Veneziani e mercanti tedeschi. La storia del Fondaco si è poi stratificata: distrutto da due incendi e poi ricostruito nel XVI secolo, divenuto in seguito un compound del governo napoleonico e infine sede dell’Ufficio Centrale delle Poste Italiane durante il regime fascista. Quest’ultimo cambio di funzione ha pesantemente intaccato la struttura dell’edificio tramite l’uso di armature in cemento armato.

Di qui il paradosso del Fondaco dei Tedeschi, manufatto di diritto proclamato monumento, quindi tutelato, ma giunto all’oggi ormai privo dell’autenticità originaria. Paradosso che il nuovo intervento di OMA ha cercato di risolvere favorendo una proposta non semplicemente nostalgica e filologica di ricostruzione (forse dai più sperata) ma altamente innovativa e soprattutto demistificatoria della presunta immagine sacra dell’edificio storico. L’intervento di restauro aggiunge elementi contemporanei nel rispetto di una memoria che non si po' cancellare ma aggiornare.

Le azioni di scavo e sfondamento di parete e solai, ovvero azioni che hanno alleggerito il peso dello spazio e aperto nuove forme in grado di rivelare l’antica struttura e gli antichi decori da tempo sepolti. La corte interna riscopre il disegno geometrico della pavimentazione in pietra d’Istria a marmo rosso di Verona e le gallerie superiori (che ospitano negozi rappresentati come wunderkammer nei tipici fotomontaggi dello studio OMA) tornano ad essere completamente percorribili, incorniciate da grandi tagli semi-ellittici che aprono a nuove prospettive. I sistemi verticali di risalita diventano elementi fondamentali: le scalinate si intersecano ai diversi livelli e rompono lo schema rigido del quadrato dell’impianto: un innesto hi tech come le scale mobili (oggetto feticcio di Koolhaas), contraddistinte da un rosso acceso, trasporta l’edificio di matrice trecentesca verso il futuro. Alle pareti il rivestimento reinterpreta la tradizione del terrazzo veneziano ma ne amplifica la scala, così che l’effetto finale risulta quasi una stampa animalier.

Il contrasto dei materiali contrappone legno, pannelli d’orati e cemento, non che muri grezzi lasciati a ricordo dell’intricato passato. Il progetto continua ai piani alti in cui il padiglione in vetro del XIX secolo diventa uno spazio per le arti performative attraverso l’aggiunta di un pavimento in acciaio e vetro a copertura del vuoto della corte centrale, descrivile come un 'covered urban campo' (parole di Rem).

Dal padiglione si passa alla terrazza in legno open-air, versione estesa dell’altana veneziana 2.0, da cui si gode di un panorama a 360° della città. La nuova macchina del Fondaco contiene in sé Venezia stessa e rivela un’architettura che richiede di farne esperienza diretta: la corte e la terrazza saranno pubbliche e sempre aperte, accessibili non solo dall’ingresso principale ma anche da nuove entrate sul fronte verso campo san Bartolomeo.

Al progetto di Koolhaas va riconosciuto il merito di avere nobilitato un concetto di identità (di un luogo, di un oggetto, in questo caso di un manufatto architettonico) che non può altro che scomporsi tra permanenze e mutazioni: un’implacabile (ma giusta) lotta tra il sempre identico e l’eternamente diverso.

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di Giovanni Carli / 17 Giugno 2016

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