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Dai libri ai riconoscimenti: Kenneth Frampton riceverà il Leone d'Oro alla carriera alla Biennale di Venezia

L'architetto inglese, professore alla Columbia, è uno dei maggiori storici e critici dell'architettura del 900

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L’architetto inglese Kenneth Frampton, illustre critico e storico dell’architettura, si è aggiudicato il Leone d’oro alla carriera della 16. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia che si svolgerà dal 26 maggio al 25 novembre 2018 ai Giardini e all'Arsenale e in altri luoghi di Venezia.

La decisione del Cda della Biennale, presieduto da Paolo Baratta, accoglie la proposta delle curatrici della Mostra, Yvonne Farrell e Shelley McNamara. 

Questa la motivazione ufficiale per il riconoscimento: "attraverso il suo lavoro Kenneth Frampton occupa una posizione di straordinaria intuizione e intelligenza, combinata con un senso di integrità unico. Si distingue come la voce della verità nella promozione dei valori chiave dell’architettura e del suo ruolo nella società. La sua filosofia umanistica, in relazione all’architettura, è radicata nella sua scrittura e ha costantemente argomentato questa componente umanistica attraverso tutti i vari “movimenti” e tendenze dell’architettura, spesso fuorvianti, nel XX e XXI secolo”.

Il Leone d’Oro sarà consegnato sabato 26 maggio 2018 a Ca’ Giustinian, sede della Biennale, nel corso della cerimonia di premiazione e inaugurazione della Biennale Architettura 2018, che aprirà al pubblico nello stesso giorno alle ore 10.00.

Classe 1930, Kenneth Frampton è una figura imprescindibile del panorama teorico contemporaneo dell’architettura, noto soprattutto per i suoi contributi come storico, critico e studioso.

Nato nella piccola Woking, a 25 minuti di treno da Londra, Frampton si è formato all’ombra del Big Ben presso la Architectural Association School of Architecture. 

Professore dal 1972 alla Graduate School of Architecture, Planning and Preservation della Columbia University di New York, Frampton ha insegnato in alcune tra le migliori istituzioni del mondo, come Princeton (1966-1971), il Royal College of Art di Londra, l’ETH di Zurigo, il Berlage Institute di Amsterdam, l’EPFL di Losanna e l’Accademia di Architettura di Mendrisio. 

Insomma, ha ragione il presidente della Biennale Paolo Baratta a commentare che “non c’è studente delle facoltà di architettura che non abbia avuto tra le mani la sua Storia dell'architettura moderna”. “Il Leone d’oro va quest’anno a un maestro, e in tal senso vuole essere anche un riconoscimento all’insegnamento critico dell’architettura”.

Studio critico che si rivela sempre più necessario in questi tempi di risorgenti conformismi, e che rende il Leone d’oro alla carriera per Kenneth Frampton un riconoscimento quanto mai opportuno e mirato. 

Con i suoi numerosi saggi sull’architettura del 900, Frampton ha formato e ispirato diverse generazioni di giovani architetti. Su tutti il suo Modern Architecture: A Critical History, opera che lo pone tra i principali storici viventi del movimento moderno. 

Un talento analitico che non si esaurisce nella ricerca storica, ma che ha saputo esplorare vari campi della ricerca: in Studies on Tectonic Culture Frampton ha approfondito la connessione tra il linguaggio della costruzione e quello dell’architettura, mentre nell’opera genealogica A Genealogy of Modern Architecture: Comparative Critical Analysis of Built Form ha decifrato con penetrante lucidità il modo in cui i progetti funzionano al loro interno, contribuendo alla comprensione generale del lavoro architettonico.  

Teorico, quindi, ma con solide fondamenta concrete, come hanno precisato Yvonne Farrell e Shelley McNamara nella seconda parte della motivazione: “la sua esperienza come architetto professionista gli ha permesso una profonda comprensione del processo di progettazione e realizzazione degli edifici. Ciò lo rende più comprensivo ma anche più critico nei confronti delle varie forme della pratica dell’architettura”. 

A questo proposito vale la pena citare il suo Corringham Building, un condominio di 8 piani a Bayswater, Londra, progettato da Kenneth Frampton mentre lavorava per Douglas Stephen and Partners tra il 1960 e il 1962: un edificio dall’architettura tipicamente modernista, entrato nel 1998 tra i listed building, i monumenti classificati e protetti del Regno Unito. 

Ma è stata soprattutto la vis critica a porre Frampton nell’olimpo dei teorici. Con il saggio Towards a Critical Regionalism si è affermato maggiore teorico del“regionalismo critico”, nozione di grande utilità attuale introdotta da Alessandro Tzonis e Liane Lefaivre, ma che Frampton estese e rese più radicale. 

Formulata per dare nuova centralità al contesto geografico degli edifici, in un clima globalizzato di mancanza d’identità e di appartenenza, Frampton la precisò e affermò che la crisi del modernismo non si dovesse risolvere nell’involuzione postmoderna, ma piuttosto in una “rifondazione” del moderno, da considerarsi un “progetto incompiuto”, con tanto di ammiccamento al filosofo Jurgen Habermas. 

Un discorso quanto mai necessario oggi, in questi tempi divisi tra bisogno d’identità e imperio universale della tecnica, in cui Kenneth Frampton ha tenuto desta l’intelligenza di chi progetta, con la sua voce indispensabile e autorevole.

Così hanno concluso la motivazione le curatrici Farrel e McNamara: “i suoi valori coerenti, in relazione all’impatto dell’architettura sulla società, insieme alla sua generosità intellettuale, lo caratterizzano come presenza di importanza unica nel mondo dell’architettura”.


di Roberto Fiandaca / 19 Aprile 2018

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