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Cavoli, conchiglie e capsule spaziali, il favoloso mondo brutalista di Gerard Grandval

Da Les Choux de Créteil all’iconica boutique Cacharel, viaggio alla scoperta di un genio del brutalismo, nemico giurato dei cubi e della banalità

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Gerard Grandval è l’anti-cubo. Celebre per Les Choux de Créteil, le sue “case fiorite” alla periferia di Parigi, l'architetto francese ha trascorso tutta la vita a combattere gli edifici rettilinei e senz'anima, le forme standard, ovvie e pulite, del tutto prive di mistero. E sulle soglie dei novant'anni ancora rivendica con orgoglio le sue scelte.

Studente di Belle Arti, Grandval ebbe il pregio di scordare in fretta ciò che i libri gli avevano insegnato. Assorbì invece prontamente le nuove utopie brutaliste che iniziavano a diffondersi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le città che risorgevano dalla macerie avevano bisogno di visionari, e non semplici architetti. In un momento in cui tutto sembrava possibile, Grandval fu uno di loro.

Plasmare il futuro per migliorare la vita delle persone era ciò che lo muoveva. Un ideale che difese con estrema tenacia anche quando i suoi progetti apparivano folli, irrealizzabili. Come quelle case fiorite appunto. Era il 1966 e finanziatori e colleghi storsero il naso davanti a quelle torri bizzarre che sembravano atterrate da un altro pianeta. Che senso aveva costruirle a Créteil, un sobborgo anonimo a sud di Parigi, per farne alloggi popolari? Non sarebbero stati molto più adatti i soliti vecchi cubi? Non per Grandval, che si battè fino a quando le sue case brutaliste non videro la luce, nel 1974. Dieci torri cilindriche prefabbricate, ciascuna alta 15 piani e con un diametro di 50 metri, con giganteschi balconi curvilinei in calcestruzzo ampi fino a due metri. Qualcuno ci vide delle pannocchie, qualcun'altro delle mostruose dalie (del resto quella era una zona agricola), ma fu la campagna pubblicitaria del 76, dettata dall'esigenza di piazzare i molti appartamenti rimasti invenduti (troppo strani e scandalosi) a dare loro il nome con cui sono passate alla storia: Les Choux de Créteil, i Cavoli di Créteil.

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A quella definizione un tantino dissacrante Gerard Grandval ormai è affezionato: i suoi balconi a forma di petalo, divenuti simbolo di un’epoca e patrimonio storico di Parigi, non sono però soltanto un enunciato estetico, come tiene sempre a sottolineare. Dietro la loro sagoma avvolgente c'è un preciso intento funzionale, in linea coi dettami dell‘architettura brutalista. Chiusi nel loro fiore, gli abitanti degli appartamenti sono al riparo dal mondo esterno e possono contare su un bilanciamento perfetto tra luminosità e privacy. Gli appartamenti poi sono piuttosto piccoli: il balcone così protetto fa sì che anche l'esterno sia vivibile, come un giardino d’inverno. Grandval avrebbe voluto aggiungere al progetto delle viti rampicanti che rendessero le case ancor più vive, capaci di mutare insieme alle stagioni, ma la sua idea fu bocciata: troppo laboriosa la manutenzione, troppo elevato il rischio di attirare gli insetti. È questo il solo rammarico che gli resta. Le piante però riuscì a metterle almeno in cima alle torri, nelle terrazze-giardino che le coronano.

Oggi il complesso residenziale è ancora saldamente al suo posto, rinnovato nelle aree comuni, destinato sempre ai cittadini meno abbienti e per un quarto agli studenti che arrivano a Parigi da tutto il mondo. Per Gerard Grandval rappresenta la testimonianza tangibile della sua strenua opposizione alla banalità, un esempio di come la bellezza passi attraverso l'esaltazione dei volumi e la forza della materia, la prova soprattutto che anche con un budget ridotto si può aspirare a qualcosa di speciale, qualcosa di più di un cubo.

Sebbene eclissate in un certo senso dalla straordinaria fama de Les Choux de Créteil, anche le altre opere di Gerard Grandval raccontano la stessa storia. Pensiamo agli uffici-bozzolo o alle case-conchiglia. Nel primo caso, la boutique Cacharel sugli Champs Elysee divenne l'occasione per sperimentare forme e materiali inconsueti: Grandval popolò una stanza chiusa di tante micro-stanze, capsule di plastica colorate e futuristiche tra le quali si stagliava l'ufficio del capo, un bozzolo di plexiglas in cui ogni cosa era trasparente, persino il telefono. Così il capo poteva vedere tutti ed essere visto da tutti.

La stessa fascinazione per gli angoli smussati e gli spazi circoscritti si ritrova negli Chalet Coquilles, costruiti a Plagne, in Savoia. Grandval immaginava la casa in montagna come una propaggine del paesaggio, mimetica, compatta, morbida e arrotondata come un cumulo di neve. Ideò dunque un prototipo che si poteva montare in una settimana: un semplice guscio di legno rivestito di poliestere, agganciato a una piattaforma di acciaio e cemento, con un balcone che stavolta non richiama un petalo, ma il ponte di una nave, proteso verso il panorama.

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Grandval applicò il medesimo concept anche agli Ostelli della gioventù, conchiglie tutte colorate, adagiate sull'erba o sopraelevate, con finestre e stampe tonde o a mezzaluna a decorarne la facciata. Di nuovo, rigorosamente, anti-cubo.

L'eredità che ne ricaviamo è un inno potente alla fantasia, una visione dell'architettura “sociale” e militante, secondo cui ciò che è utile ed economico non dovrebbe mai rinunciare ad essere anche unico e bello.

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di Elisa Zagaria / 3 Ottobre 2017

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