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7 architetti famosi provano a salvare New York dal Climate Change

Ecco i progetti immaginati dai grandi nome dell’architettura newyorkese per affrontare i rischi del cambiamento climatico

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Getty Images

Invitati dal New York Magazine, alcuni tra i più prestigiosi studi di architettura della Grande Mela hanno suggerito progetti e spunti per migliorare la qualità della vita a New York a fronte dell’indubbio climate change, che rischia di “affogare” la metropoli. Ecco qui di seguito le loro testimonianze, molto varie e suggestive, le quali spaziano da piccoli ritocchi a cambiamenti epici. 

Partiamo dall’architetto Mark Foster Gage, che innanzitutto si dissocia profondamente dal piano della municipalità d’incaricare un team guidato dall’architetto Bjarke Ingels  per progettare una sorta di barriera di difesa con layout a U attorno a Manhattan, composta da parchi, terrapieni e mini-dighe spalmate da midtown a downtown. 

Ecco, secondo Gage, da sempre ispirato dalle megalopoli dei film fantasy, tale barriera a U sarebbe inutile, soprattutto perché non riparerebbe i quartieri di Brooklyn e di Queens.

Ribadisce invece l’opportunità di adottare una mentalità epica, su larga scala, proponendo addirittura di prosciugare l’East River, contenendolo in enormi dighe e trasformando l’alveo del fiume in parchi a tema, aree gastronomiche  e ricreative. 

Gage pensa anche alla costruzione di “mura geotermiche di nuova generazione per rifornire d’energia la città del XXI e XXII secolo”. Una visione fantasiosa, alla quale tuttavia, a suo avviso, non vi è alternativa, a meno di “non accettare di essere invasi dalle acque, rinunciando alla necessaria lungimiranza”. 

 

S’ispira invece alla High Line - il parco lineare newyorkese realizzato su una sezione in disuso della ferrovia sopraelevata chiamata West Side Line - la visione di Charles Renfro dello studio Diller Scofidio+Renfro. E in effetti l’architetto ha realmente lavorato alla High Line, e dunque immagina di sviluppare un network di parchi sui tetti esteso all’intera città.

“Penso a ponti sopraelevati leggeri ma supertecnologici per collegare i rooftop parks, che sarebbero non solo esteticamente interessanti, ma assorbirebbero la calura estiva e l’acqua degli uragani, fenomeni che si stanno già aggravando mano a mano che ci addentriamo nel cambiamento climatico”. 

L’idea di “El Bike Lanes” appartiene invece a Bonetti/Kozerski Architecture, la quale “preserverebbe i pedoni dagli “sciami” di biciclette e viceversa, i biker dai pedoni e dagli autisti di Uber, fornendo altresì  un agile viadotto dalla Battery lungo il porto sino a Governors Island”. Il tutto integrando il sistema Citi Bike con, appunto, il ponte basso per le bici, l’El Bike Lanes. 

 

Passiamo ora a Norman Foster, che suggerisce di ampliare Madison Square Park: “Il progetto sarebbe in linea con l’obiettivo di guadagnare spazio per i pedoni, creando un’area collettiva per la comunità. All’incrocio tra Broadway, Fifth Avenue e General Worth Square vi è uno spazio urbano prezioso, al quale seguono alcune isole residenziali, totalmente disconnesse tra loro. Sarebbe auspicabile unirle tutte insieme con un progetto comune, comprensivo di lastricato in granito e reintegrazione di alberi e verde ai lati, per escludere il traffico”. 

 

David Rockwell si sofferma invece sulle vetrine dei negozi ormai in disuso, a causa del progressivo successo di Amazon e similari.  Molte di esse hanno un aspetto desolante, quasi di abbandono. Dunque perché non riservare questi spazi ad attività ludiche e ricreative, fruibili dai passanti? Secondo Rockwell “Dovrebbe esistere un database di vetrine disponibili che i creativi possono prenotare per cimentarsi in performance pubbliche, eventi, appuntamenti. Una sorta di Airbnb culturale con noleggi a basso costo, con “alert” di disponibilità inviate da un App, naturalmente. Temporary shop non solo per vendere, ma per esibirsi, per diffondere arte e spettacolo. 

 

Rafael de Càrdenas immagina invece di collegare gli spazi morti del metro facendoli rivivere, idealmente replicando l’iconica mappa della subway di Massimo Vignelli del ’72.  Per Oana Stanescu e Dong Ping Wong di Family New York i grattacieli e le torri newyorchesi non dovrebbero essere fruibili quasi esclusivamente dai più abbienti (e rimanere molto spesso semivuote), ma dovrebbero essere patrimonio di tutti, promuovendo programmi civici, didattici, ricreativi e culturali che puntino a trasformare NY anche in questo senso. 

 

Interessante anche il parere di Rafael Vinoly, che ambisce a concepire la Grande Mela non più come celebrazione esclusiva della verticalità, ma della tridimensionalità, ossia con strade sia orizzontali, sia verticali, ricostruendo ad esempio il World Trade Center in modo da percorrerlo in 3D per godersi la città ….in tutte le direzioni. Occorre sfruttare lo spazio sopra Manhattan perché ormai quello orizzontale a terra è esaurito. Bisogna insomma alzare gli occhi verso l’alto, soprattutto in vista dall’aumento del livello di mari e fiumi.

 

Infine, che dire dell’idea di Ferda Kolatan di SU11 Architecture+Design? che suggerisce una soluzione ipotizzando le conseguenze reali di una tempesta catastrofica. L’architetto immagina di costruire un enorme terrapieno all’estremità di Manhattan che includa New Jersey sino a Brooklyn, denominandola New York Bay Peninsula, un progetto in grado di unire discariche e infrastrutture, collegando e proteggendo le aree devastate e tutelando Manhattan e Brooklyn da ulteriori inondazioni. 

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di Elena Marzorati / 11 Gennaio 2018

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