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Cos’è l’Afrofuturismo, la parola d’ordine del 2018

Musica, cinema, design, architettura: ovunque si respirano gli echi di un movimento culturale nato negli anni ’70 e tornato oggi di gran moda. Complice un film Marvel

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Getty Images

L'hotel President a Yamoussoukro, Costa d’Avorio

Quante volte hai sentito parlare di Afrofuturismo? Se non hai vissuto negli USA, e non sei un fan dei comic book, probabilmente mai, almeno fino all’arrivo nelle sale di Black Panther

Da allora l’Afrofuturismo è ovunque, nelle recensioni di mostre, film, album musicali, fino alla moda, all’architettura e al design.

In realtà è un termine piuttosto vecchio, coniato nel 1993 dal critico culturale Mark Dery per descrivere idee che risalivano ai decenni precedenti: "L’afrofuturismo è l'appropriazione della tecnologia e dell'immaginario science-fiction da parte degli afro-americani (...) questa appropriazione equivale a fare uso di strumenti informatici freddi e ostili per trasformarli in armi utili alla resistenza di massa".

“L’afrofuturismo proietta le persone di discendenza africana nel futuro, in una dimensione dove il concetto di razza non è altro che una creazione”, spiega Ytasha Womack, autrice del libro Afrofuturism: The World of Black Sci- Fi and Fantasy Culture, con cui nel 2013 ha tracciato la storia di questo movimento culturale e sociale nato negli anni ‘70.  

Un modo “altamente intersezionale” di guardare a possibili scenari futuri o realtà alternative attraverso una lente culturale nera

L’Afrofuturismo non è lineare, è fluido e femminista, usa l'immaginazione nera per considerare il misticismo, la metafisica, l'identità e la liberazione; e, nonostante offra ai neri la possibilità di immaginarsi in un futuro migliore, mescola il futuro, il passato e il presente, il fantasy e le tradizioni tribali.

Tutto questo rende l'Afrofuturismo significativamente diverso dalla fantascienza tradizionale: per essere Afrofuturista, la narrazione deve essere radicata e celebrare senza riserve l'unicità e l’innovazione della cultura nera.

Il più grande sostenitore di questo movimento culturale, prima ancora che avesse un nome, fu Sun Ra, eccentrico musicista jazz che nei ‘70 cancellò la propria identità e il proprio nome e cognome, dichiarando di essere un alieno proveniente da Saturno.

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La scrittrice di fantascienza Octavia E. Butler ha scelto donne nere come protagoniste dei suoi romanzi Fledging, Dawn, Parable of the Sower e Lilith's Brood, ambientati in un mondo di tecnologia futuristica e di nterazioni con il soprannaturale. 

Nel mondo della musica contemporanea, cantanti come Erykah Badu, con le sue immagini eccentriche e sperimentali usate nei video e per le copertine degli album, promuovono l'intersezione tra arte e futurismo.

Su Instagram lo scrittore, curatore e critico d’arte Ekow Eshun cura il profilo  con cui sposta il focus dall’Afrofuturismo come idea accademica a un’estetica visiva riconoscibile e accessibile.

 

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In architettura, il nome più famoso è quello di , autore del Serpentine Pavilion del 2017: cresciuto in una piccola città del Burkina Faso, Kéré con la sua architettura combina metodi e materiali di costruzione tradizionali con l'ingegneria high-tech. 

L’architetto nigeriano , progettista di Oma prima di fondare il proprio studio NLÉ nel 2010 è l’autore della scuola galleggiante presentata alla Biennale di Venezia 2016 progettata per facilitare l’accesso all’istruzione nelle regioni africane che, a causa delle inondazioni, hanno poche infrastrutture permanenti.

 

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L’Afrofuturismo è anche nel design, con nomi come , londinese di origini nigeriane specializzato nel riciclaggio di vecchi mobili con continui riferimenti ai tessuti del suo paese d’origine, che traduce in disegni audaci e colorati.

 

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, artista e designer sudafricano gestisce uno studio chiamato Zabalazaa Designs: i suoi mobili giocano con materiali inusuali e riferimenti ancestrali, come la sedia in legno bruciato e erba tessuta e i tavoli ispirati alla mitologia africana .

La giovanissima , italo senegalese nato a Milano nel 1991, racconta l’Afrofuturismo con la fotografia nel progetto Red Fever, in cui analizza la diffusione del socialismo in Africa come pretesto per indagare sulla possibilità di un sistema-mondo privo di struttura monolitica. Mentre , di Nairobi, descrive tutto il suo lavoro di fotografo come come afrofuturista: a consacrarlo la recente commissione della Marvel per produrre una serie di immagini che riunisce le tradizioni e la fantascienza dei Maasai per l'uscita di Black Panther.

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La rassegna si chiude con l’artista concettuale e il suo The Mundane Afrofuturist Manifesto, che sintetizza: “nessun viaggio interstellare - il viaggio è limitato all'interno del sistema solare ed è difficile, lungo e costoso”. 


di Carlotta Marelli / 16 Maggio 2018

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