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irefuse Italia

Cento anni di architettura raccontati con 15 case manifesto

Le costruzioni che hanno cambiato il nostro modo di abitare, dai primi del 900 ad oggi

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Fernando Leiva via Flickr

Se siete appassionati di architettura, molte delle case bellissime qui sotto le avrete già viste. Per studiarle da vicino magari avete fatto migliaia di chilometri. Oppure le avete semplicemente incontrate tra le pagine di un libro, e da allora non le avete più scordate. Non sono più case famose e e basta, ormai, sono archetipi, pietre miliari, icone di un mondo che con esse e intorno ad esse si è trasformato, cambiando il nostro modo di vivere e abitare. Il nostro, sì, quello di tutti noi, compresi i neofiti o quelli che di architettura non si sono mai interessati. Perché le nostre città non avrebbero l'aspetto che hanno se schiere di architetti nel corso degli anni non si fossero confrontati a colpi di timpani e colonne. Le nostre stesse case moderne, per quanto anonime possano apparire, non sono che l'approdo di stratificazioni, dibattiti, scoperte e rivoluzioni, di cui godiamo i benefici anche se non ce ne siamo mai accorti.

Dal rigore razionalista all’irriverenza post-moderna, fino alle forme più concettuali e astratte, queste case-manifesto fanno molto più che raccontare la storia dell'architettura e degli interni. Ci restituiscono lo spirito del loro tempo, scandendo le tappe di un avvincente viaggio umano e culturale. Victor Hugo diceva che l'architettura è il grande libro dell’umanità. E allora non vi resta che sfogliare gli ultimi cento anni, per scoprire o ritrovare le pagine più significative ed emozionanti.

1910 - Villa Steiner di Adolf Loos a Vienna

In bilico tra classico e moderno, questa casa bellissima disegnata per la pittrice Lily Steiner è un’ode ai contrasti. L’esterno è un involucro semplice e rigoroso, con un tetto in lamiera ricurvo usato per aggirare le leggi edilizie, che in quella zona di Vienna volevano case a un solo piano. La sfera pubblica è distinta nettamente da quella privata. Ciò che si vede da fuori appartiene alla città, perciò deve restare “muto”, secondo Loos, mentre ciò che sta dentro appartiene all'individuo. Ecco perché a un involucro intrinsecamente moderno, freddo e lineare, fa da contraltare un interno caldo e opulento. Ma è la facciata ad essere finita sui libri di scuola: ancora oggi testimonia il contributo decisivo di Loos alla nascita del razionalismo Europeo e dell’architettura contemporanea, votata alla funzionalità e liberata dagli orpelli.

 

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1924 - Casa Schroeder di Gerrit Thomas Rietveld a Utrecht (Olanda)

Chissà che devono aver pensato gli abitanti della placida Utrecht quando hanno visto questa casa: un cubo bianco, grigio e nero con bizzarre pennellate rosse e gialle, ben diverso dalle case in mattoni e tetto spiovente della buona borghesia. In questa geometria essenziale, fatta di rettangoli e blocchi di colore, sprezzante delle convenzioni, sta il cuore dell'avanguardia olandese, e del “neoplasticismo” in particolare, un movimento estetico ma anche sociale, dalla parte della crescente classe operaia, che i vecchi palazzi pieni di fregi non poteva permetterseli. Se le facciate sono un collage di piani e linee i cui i vari elementi appaiono volutamente separati gli uni dagli altri, coi colori scelti apposta per aumentare l'effetto di "plasticità", l'interno non è da meno, in termini di modernità e sperimentazione. Rietveld inventa infatti le case moderne e gli interni con l’open space, con pareti scorrevoli e complementi multifunzionali. Il bagno, i letti, persino le finestre, oscurabili con appositi pannelli, possono “scomparire”, tramutando l'intero piano superiore in un unico ambiente, che si adatta alle esigenze e al numero degli occupanti.

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1928-31- Villa Savoye di Le Corbusier a Poissy (Francia)
Come un oggetto bianco adagiato su un pendio erboso nella valle della Senna, Villa Savoye nasce per dialogare col paesaggio, attraverso la plasticità delle sue forme essenziali, “a reazione poetica”, come spiega lo stesso Le Corbusier. A questo edificio il padre del Movimento Moderno affida il compito di incarnare i cinque principi della nuova architettura: la pianta libera, che si traduce nella totale mancanza di setti murari portanti e nell’elasticità assicurata dallo scheletro di cemento armato; i pilastri, che svuotano il piano terra liberandolo dai muri e sollevando il corpo centrale della casa come una scatola sospesa; la finestra a nastro, che qui percorre l'intero perimetro, moltiplicando a dismisura l'illuminazione naturale; il terrazzo giardino, che grazie ai solai in cemento armato non pesa sulla struttura, ma anzi le garantisce un miglior isolamento termico; e infine la facciata libera, fatta di vuoti e pieni, spogliata anch'essa, come i muri perimetrali, della sua funzione strutturale, per divenire un manifesto senza tempo dello stile moderno e razionale.

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1939 - Casa Kaufmann (Fallingwater) di Frank Lloyd Wright a Mill Run (USA)

Anche chi di architettura non si è mai interessato avrà visto di certo almeno una volta questa casa, divenuta iconica rappresentazione del connubio tra costruzione e natura. Il progetto visionario, frutto del genio di Frank Lloyd Wright, colloca la casa sulla sommità di un ruscello, in un equilibrio perfetto con il paesaggio, tanto che tutti gli elementi, umani e non, divengono parte di unico interconnesso organismo. È questa l'architettura organica, nel capolavoro che meglio la incarna. La fusione con la natura non si realizza soltanto nella forma e nei volumi, ma anche attraverso i materiali, come la pietra locale, adoperata sia all'esterno che all'interno. L'edificio, sorretto da un’ossatura in cemento armato, si protende sul vuoto grazie alle numerose terrazze, spalancate in tutte le direzioni. Le lunghe vetrate abbracciano il paesaggio, superando il concetto tradizionale di finestra. Le tecniche costruttive e le simmetrie convenzionali vengono spazzate via da una libertà espressiva senza precedenti (leggi anche → I segreti della prima archistar al mondo in mostra a New York).

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1945-1951 - Farnsworth House di Mies Van der Rohe a Piano (USA)

Ricongiungere l'uomo alla natura è la più grande sfida di una società urbanizzata. Mies Van der Rohe ne era convinto, e riteneva altresì che lo spazio abitativo dovesse servire allo sviluppo dell'individualità, imbrigliata dall'omologazione dell’era industriale. Farnsworth House è la sintesi perfetta di questa poetica: un parallelepipedo di vetro e acciaio (materiali industriali appunto) che sembra fluttuare su un tappeto verde, ancorato al suolo mediante pilastri dipinti di bianco. Le pareti trasparenti abbattono il confine tra interno ed esterno, limitando l'opacità alle sole partizioni orizzontali, in cui è racchiuso l'ambiente abitabile, declinato secondo il concetto di open space. L'edificio evoca una sensazione di leggerezza e semplicità, data dalle geometrie pure e immacolate, che interpretano con grande efficacia il minimalismo moderno (leggi anche → Che ci fa Jeff Bridges alla Farnsworth House?).

 

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1962-1966 - Casa di Vanna Venturi di Robert Venturi a Filadelfia (USA)

Dopo le geometrie severe e le trasparenze appena ammirate, ecco una casa che sembra ammiccare al gusto popolare. L'astrattismo moderno cede il posto all'immaginario vernacolare: la sagoma affilata, archetipica, col camino in cima, ricorda il disegno di un bambino. Ma attenzione, dietro quella che appare come una celebrazione del senso comune e delle radici americane contro gli intellettualismi dell'architettura moderna, si cela in realtà qualcosa di molto più irriverente e complesso. Guardate le finestre asimmetriche, le cornici giustapposte, il timpano: dietro la facciata rassicurante, la casa ostenta una pluralità di stili, appare quasi sovraccarica di elementi. Venturi sta gettando le basi dell’Architettura post-moderna. Con un occhio ai colleghi ed uno al popolo, senza tralasciare una buona dose di ironia, l'architetto statunitense pesca liberamente dal passato, procede per accumulo, rivendica l'indipendenza della forma dalla funzione, sovrappone riferimenti e citazioni, portandole all'estremo, in un gioco non dissimile da quello della pop art.

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1986 - Venice Beach House di Frank o. Gehry a Los Angeles (USA)

Ludica, provocatoria, quasi surreale: è la casa vista mare secondo Gehry. Il grande architetto canadese, che più tardi diverrà noto per le linee curve e il decostruttivismo, realizza qui un edificio squadrato e angolare, prevalentemente in legno, dove l'elemento distintivo è la torre, che ricorda quelle dei guardacoste sulla spiaggia. In contrasto col rigore modernista, la casa è un’esplosione di colori, e gli elementi non necessari, puramente decorativi, come i sostegni che reggono le persiane, sono sfacciatamente esibiti. Lo stile Post-moderno gioca con i volumi, li assembla in modo apparentemente caotico e anarchico, trasformando la casa in un ibrido a metà tra un giocattolo e un'opera d'arte.

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1990-1993 - Suzuki House di Bolles + Wilson a Tokyo (Giappone)

La stessa ironia, declinata però in una forma meno eterea, più compatta, si ritrova in questa piccola casa, che del resto deve fronteggiare il caos metropolitano di Tokyo, e non le candide spiagge di Santa Monica. Gli architetti la concepiscono perciò come un bozzolo, un rifugio di cemento nel quale la famiglia può starsene al riparo da occhi indiscreti. La struttura è un volume asimmetrico, sopraelevato rispetto alla strada, con protuberanze che fuoriescono dalla facciata, a ricordare quasi una navicella spaziale. Una “casa nella casa”, in cima all’edificio, è stata aggiunta per fare felice un bambino. E dalla fantasia di un bambino sembra uscire anche la grande macchia nera che decora la facciata: la firma di un Ninja, secondo gli architetti, il cerchio intorno all'occhio di un panda secondo gli abitanti. E voi che ne pensate?

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1991 - Villa Dall’Ava di Rem Koolhaas a Parigi (Francia)

Sessant'anni sono trascorsi da quando Le Corbusier ha disegnato Villa Savoye. Koolhaas si ispira a quei dettami architettonici per dare vita ad una casa manifesto che domina Parigi: dalla piscina sul tetto si può ammirare la Tour Eiffel. L'edificio, in vetro e cemento, è immerso nel verde e si articola in tre segmenti, che ospitano due appartamenti distinti. Come nel caso di Villa Savoye, la facciata libera è tagliata da finestre a nastro, i pilastri prendono il posto dei muri perimetrali e la struttura è coronata da un terrazzo giardino. Ma ai principi di Le Corbusier se ne aggiungono di nuovi: la frammentazione e la simultaneità, nei materiali come nella struttura, l’anticontestualità, la tripartizione planimetrica. La casa trascende i confini dello spazio abitato, racchiuso in scatole di vetro fluttuanti, che sono solo una piccola parte della sua superficie, fino a diventare un non-luogo metafisico.

 

1993-1997 - Casa Moebius di Ben Van Berkel (UNSTUDIO) A Het Gooi (Olanda)

Questa casa segna una svolta nella metodologia progettuale: alla base vi è infatti un approccio tecnologico, che si avvale di diagrammi per individuare le soluzioni più adatte a specifiche necessità e contingenze. In questo caso si trattava di dare il giusto spazio a marito e moglie, alternando momenti privati ad altri condivisi. Il riferimento concettuale per l'ideazione dell’edificio è l'anello di Möbius, un diagramma composto da due linee continue che si intersecano a formare una doppia spirale simile a un otto allungato. La casa si dipana dunque come un nastro, seguendo un percorso fluido e ininterrotto, che prevede tre livelli: il primo riservato agli ospiti, gli altri destinati ai membri della famiglia. Il movimento diventa qui un principio strutturale e nel profilo serpeggiante la casa sembra anche riecheggiare i due fiumi che le scorrono accanto.

 

1992-1994 - Villa nella Foresta di Kazuyo Sejima (SANAA) a Nagano (Giappone)

La casa-studio di un artista, nel folto di un bosco, può diventare terreno di un’audace sperimentazione, che cambia il modo di intendere lo spazio abitativo. Un padiglione candido ed essenziale, da cui spuntano piccoli “raggi”, un cerchio dentro un altro, come un pianeta col suo anello: questa è la struttura, concettuale e ambiziosa, che l'architetto giapponese adagia nel fitto paesaggio verde. Realizzato in cemento, con ampie aperture che guardano fuori e portano luce anche ai locali interni, questo oggetto misterioso è fatto apposta per disorientare, come l'intrico di alberi che lo circonda. Ecco allora che i locali scivolano l’uno nell'altro, in un percorso continuo e armonioso in cui anche il modo di abitare è plasmato dall'arte.

 

1997 -  Wall Less House di Shigeru Ban a Nagano (Giappone)

Il concetto di open space è portato qui alle estreme conseguenze. La casa è come un foglio piegato in due, che si adatta alla forma del terreno, con un impatto quasi nullo su di esso. Il pavimento bianco si curva sul fondo per congiungersi al tetto piatto. I muri spariscono, sono rimpiazzati verso l'esterno da vetri che invitano il paesaggio ad entrare e all'interno da pannelli scorrevoli, che all'occorrenza definiscono e isolano i diversi ambienti. La casa è nuda, spogliata di tutto, anche nella struttura: un unico sostegno regge il tetto, consentendo di assottigliare le colonne: il risultato è uno spazio puro e rarefatto, improntato a un minimalismo assoluto, in cui la mano dell'uomo sembra ritrarsi per far posto alla natura.

 

1998 - Maison a Cap Ferret di Lakaton & Vassal (Francia)

Si può vivere con sei alberi di pino come coinquilini? Certo che sì, come dimostra questa casa avveniristica letteralmente attraversata da tronchi centenari, che sbucano dal pavimento. Affacciata sulla Costa d’argento, la costruzione asseconda la naturale inclinazione del terreno, issandosi al di sopra di esso con un’altezza variabile da due a quattro metri. Per fissarla sono stati usati quindici micropali, posizionati con una macchina molto piccola per non danneggiare la duna sottostante. Il corpo in acciaio è rivestito da pannelli in alluminio ondulato, che catturano i riflessi delle onde. In questo modo la casa, manifesto dell’architettura ecosostenibile, si mimetizza completamente con il paesaggio, tanto che dal mare quasi non la si distingue, mentre dall'interno si può godere di una vista mozzafiato. Merito non solo delle grandi vetrate, ma anche di un arredo estremamente minimal, che non vuole interferire nella relazione simbiotica tra la casa e la natura.

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1999 - Y House di Steven Holl sui monti Catskill (USA)

L'era industriale è finita, siamo nell'era dell'informazione. A cavallo tra due millenni, Steven Holl disegna una casa che risponde a un preciso principio teorico: l'idea alla base di un progetto, il suo afflato simbolico e metaforico, e il modo in cui questo si comunica all'esterno, è il nuovo cardine dell'architettura contemporanea. Al motto funzionalista «Esisto in quanto funziono» si sostituisce il motto «Esisto in quanto informo». Ed ecco allora questa casa sghemba e rossa, in acciaio e legno, che si divarica verso il paesaggio, adottando la forma della bacchetta di un rabdomante, simbolo ricorrente negli scritti di Holl. “L'architettura deve guardare fuori di sé”, questo pensava, e quale modo migliore che non dare alla casa due facciate protese che sembrano due cannocchiali puntati verso i monti? Anche all'interno, il design si articola sul doppio binario della convergenza e della separazione. Cosi ambienti stile loft convivono con zone funzionalmente separate in un mix innovativo, che mischia le carte e ignora i canoni predefiniti.

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1999-2001 -  Barak House di Francois Roche- R+Sie(n) a Montpellier (Francia)

La casa per come la conosciamo non esiste più. Al suo posto c'è qualcosa che sembra una tenda, o per meglio dire una creatura camaleontica che scompare nel paesaggio. Leggera e fragile all'esterno, la struttura cela in realtà un cuore in cemento nel quale si aprono squarci di luce. Il rivestimento è quello che si potrebbe trovare in un capannone agricolo, sorretto da pilastri metallici. Sotto di esso gli spazi sono diafani e fluidi. Non ci sono linee definite e segni netti, ma solo sfumature e trasparenze, forme che senza il sostegno della natura risulterebbero precarie, astratte, persino distopiche. Lo spazio domestico è destrutturato e depurato da qualunque stile. Al posto delle convenzioni e degli elementi abituali, compaiono delle non-forme sperimentali, partorite elettronicamente e poi lasciate libere, come organismi vivi che si perdono nel paesaggio.

 

 

 


di Elisa Zagaria / 4 Agosto 2017

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